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Quella zeppa
che blocca il sistema

· Toni Morrison e gli automatismi del potere ·

La sua presenza fisica anche da sola mette in questione chi la guarda, per via di quell’insieme di provocazione, benevolenza e ironia che è nel suo sguardo e nella sua postura, di una forza che si intuisce anche attraverso le foto.

Toni Morrison

Commemorando su «Fahrenheit» Toni Morisson — morta il 5 agosto a 88 anni, prima donna afroamericana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1993 — Alessandro Portelli commentava la sua dichiarazione «Scrivo per la mia gente». Secondo Portelli, questa dichiarazione tutto è tranne che una chiusura: «Toni Morrison ha colto fin dal primo momento che la definizione di cosa è umano la possono dare solo quelli la cui umanità è stata messa in discussione». Non so se sono d’accordo fino in fondo, non so se sono d’accordo con quel solo, ma è vero che Toni Morrison, parlando «alla sua gente», ci parla dell’umano con una chiarezza e violenza raramente sentite prima.

Ed è vero che tentare una definizione dell’umano si può fare solo a determinate radicali condizioni, e che Toni Morrison quelle condizioni le abita. Nell’origine degli altri (Milano, Frassinelli 2018, pagine 120, euro 15,90, traduzione di Silvia Fornasiero), Toni Morrison racconta della visita della bisnonna, Millicent MacTeer, considerata da tutti con riguardo e venerazione: la bisnonna entra, guarda le bambine che giocano per terra, e dichiara «Queste bambine sono adulterate». Solo per via della reazione della madre, la bambina si rende conto che “adulterate” non indica niente di buono. «Noi — scrive Toni Morrison — le sue figlie, e di conseguenza i nostri parenti più stretti, eravamo adulterati, non puri». Adulterate perché? Nasce nella bambina una domanda destinata a non spegnersi. «Nel profondo, io ho un debito con la mia bisnonna. (…) risvegliò in me un interesse che ha influenzato gran parte della mia scrittura».

Quello che ho imparato da Toni Morrison, e che vi propongo come essenziale, ha a che fare con i bambini. Da L’occhio più azzurro (1970) fino a Prima i bambini (2015), i bambini, e più precisamente le bambine sono al centro della sua narrazione. Che cosa le interessa dei bambini? Le interessa il loro rapporto con il potere.

I bambini venendo al mondo si ritrovano dentro un sistema di poteri e squilibri di valore. Per una bambina afroamericana proletaria — come Toni Morrison era — è particolarmente evidente: c’è l’essere bambina, affidata agli adulti, nelle loro mani, c’è il colore della pelle, c’è l’essere femmina, c’è la disponibilità economica. Qualcosa ha valore, qualcosa ne ha meno. Una delle prime cose che i bambini imparano è il proprio posto nell’ordine familiare e sociale, imparano se valgono tanto o se valgono poco. Imparano il desiderio di valere di più, per essere più apprezzati, più amati. E non lo imparano dalle cose che vengono dette: lo imparano — dice Toni Morrison — dall’esempio. Se imparano la svalutazione delle proprie persone crescono nella deformità e nel dolore.

La fortuna di Toni Morrison è stata di sentire fin dall’inizio una tensione fra sistemi di valori, quello dei «bianchi» che era dominante e pervasivo, e quello alternativo della bisnonna, una tensione che le ha permesso di leggerli come su un foglio trasparente.

Se al centro della riflessione di Toni Morrison c’è il razzismo — il sistema di potere che fa sì che tu venga ciecamente rifiutata se hai la pelle nerissima (come in Prima i bambini), o che ti fa desiderare gli occhi azzurri perché lo hai introiettato, ne hai fatto tua carne e sangue (come ne L’occhio più azzurro, o L’occhio più blu, com’è nella recente traduzione dei Meridiani Mondadori) — la sua capacità di scardinamento ci permette di specchiarci, di vedere l’umano che si definisce e si manifesta attraverso quel sistema, con la sua sete di amore e la sua avidità di riconoscimento. Sveglia in noi la consapevolezza che senza una zeppa che blocchi il sistema, senza qualcosa che ne faccia tremare l’inesorabilità, quello si riprodurrà tragico. Per gli oppressi certo, ma tragico anche per il destino degli oppressori, condotti a ritenere che un posto nella società — qualsiasi posto, purché preveda qualcuno da opprimere — sia il più grande dei risultati desiderabili.

di Carola Susani

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17 settembre 2019

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