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Quella volta che Stalin «arrestò» un romanzo

· Un saggio di Frank Ellis sulla letteratura russa sovietica e postsovietica dedicata alla seconda guerra mondiale ·

«Sarebbe un errore credere che tutta la letteratura che attacca Stalin e lo Stato sovietico sia, per questo stesso motivo, qualitativamente buona, mentre tutto ciò che loda Stalin e il partito sia di infimo valore». Sgombera subito il campo da prese di posizioni aprioristiche Frank Ellis nell'interessante saggio E le loro madri piansero (Genova-Milano, Marietti 1820, 2010, pagine 319, euro 24) che analizza la letteratura russa sovietica e postsovietica dedicata alla Grande guerra patriottica, il nome con il quale viene ricordata l'esperienza tragica del secondo conflitto mondiale. Tuttavia, a onor del vero l'autore aggiunge che, «in buona sostanza, la migliore letteratura su questi temi è stata composta da scrittori che, per i più svariati motivi, furono ostili al regime sovietico». Non una contraddizione, ma la presa d'atto che la manipolazione della verità, o addirittura la sua totale assenza, ha inficiato anche dal punto di vista della resa letteraria l'opera di diversi scrittori. Opera che comunque non può essere ignorata.

Ellis sottolinea come proprio la letteratura russo-sovietica sulla guerra, comparsa tra il 1941 e il 1991, sia stata teatro di uno scontro durissimo tra scrittori e partito comunista. Quanti si sono apprestati ad affrontare la catastrofe russa, perché questo fu, malgrado la vittoria finale sul nazismo, «si trovarono di fronte un nemico ancora più tenace»: quella censura che ha tentato in tutti i modi «di imporre un'idea della guerra tedesco-sovietica che fosse il più possibile congeniale al marxismo-leninismo. I temi prediletti erano: l'eroismo di massa; la resistenza indefessa; l'assoluta malvagità dei nazisti (o dei fascisti, come li appellava la propaganda sovietica); l'unità monolitica di partito e popolo; la codardia degli Alleati occidentali e la loro scarsa affidabilità; la guerra di liberazione; e Stalin».

Qualunque tentativo di affrontare la questione in modo diverso era considerato un pericolo. E il partito era particolarmente sensibile a quella letteratura che trattava argomenti come la collettivizzazione e le purghe, ma anche altre delicate tematiche legate alla guerra, come dimostra la vicenda della cattura del generale Vlasov e la sua successiva collaborazione con i tedeschi, di cui fu impedito di parlare.

In sostanza, come puntualizza l'autore, «la letteratura sulla guerra era semplicemente troppo importante per trattare solo di guerra».

Per questo il regime si adoperò per propagandare la sua visione dei fatti. E per farlo si appoggiò alle opere di alcuni scrittori sostenitori della causa. Tra questi spiccano Ivan Stadnjuk, con il romanzo Voina ( Guerra , 1970-1980), e Vladimir Bogolomov, autore di v avguste 1944 goda ( Nell'agosto del 1944 , 1974), «gli esempi più eloquenti di quella guerra ideologica ingaggiata contro la fama e la popolarità di scrittori dissidenti». Distorcendo la verità, Stadnjuk, per contrastare gli attacchi al dittatore, ritraeva Stalin come un saggio condottiero, uno stratega eccellente e un pensatore raffinato.

Bogolomov, con lo stile avvincente e appassionante che caratterizzava le sue storie di spionaggio, ometteva invece di raccontare molte vicende che pure avrebbero chiarito i fatti, distorcendo la realtà.

Nonostante l'impegno del regime per controllare le informazioni, apparvero alcune opere che sfidarono la visione ufficiale. Verso la metà degli anni Settanta vennero sollevate alcune questioni controverse. La visione stalinista della guerra cominciò a indebolirsi e al lettore sovietico vennero «offerti resoconti non edulcorati di codardia, incompetenza ed eroismo».

Malgrado gli sforzi della censura, scrive Ellis, «i temi toccati dalla letteratura di guerra sovietica non poterono limitarsi soltanto a quegli aspetti che avevano ottenuto l'approvazione del partito». Cominciarono così a essere raccontati gli errori strategici dei militari e l'atteggiamento di Stalin, nonché la paura, il tradimento, il collaborazionismo, la solitudine, il freddo e gli orrori di quel periodo, comprese le esecuzioni sommarie di soldati accusati di diserzione — il famigerato ordine 227 — in quella macelleria che fu Stalingrado.

Il partito, ovviamente, si vendicò. «Gli scrittori, tra cui Bulat Okudava, Vasil' Bykov, Viktor Nekrasov e Anatolij Genatulin, che avevano osato ritrarre ciò che sembrava essere l'insensatezza e l'inutilità della guerra — si sottolinea — vennero accusati di “remarquismo”, con l'esplicito riferimento al celebre autore di Niente di nuovo sul fronte occidentale ».

Stessa sorte toccò al più importante e rappresentativo degli scrittori sovietici che hanno trattato il tema della guerra, Vasilij Grossman. Terrorizzato dalla possibilità che fosse pubblicato all'estero quel capolavoro assoluto che è Vita e destino — superbo seguito di Per una giusta causa , ma con una critica decisamente accentuata dall'abbandono delle giovanili convinzioni marxiste-leniniste — «il Kgb ne “arrestò” letteralmente il dattiloscritto nel 1961». E ancora, il romanzo Babij Jar (1966) di Anatolij Kuznecov, che descriveva la vita sotto l'occupazione tedesca, «venne sottoposto a rigida censura prima della pubblicazione (due anni dopo l'autore fuggì in occidente)».

Ciononostante qualcosa pure sfuggiva alle maglie del partito. Infatti, «i romanzi e le storie di Bykov continuarono a essere pubblicati — come nel caso di Mërtvym ne bol'no ( I morti non soffrono , 1966) — e per un periodo significativo di oltre trent'anni testimoniarono l'indefesso e sottile attacco dell'autore contro la censura sovietica e le deliberate menzogne e omissioni del partito riguardo alla guerra».

Tornando a Grossman — noto corrispondente di guerra al seguito dell'Armata rossa, che pure nel citato Per una giusta causa si era mostrato come molti altri scrittori convinto di essere dalla parte buona della barricata — Ellis si dilunga giustamente sull'epico Vita e destino (Milano, Adelphi, 2008), uno dei molti romanzi dedicati alla battaglia di Stalingrado.

«Lo splendido ed eretico isolamento che troviamo in queste pagine — scrive lo studioso, che ha insegnato letteratura russa del XVIII e XIX secolo all'università di Leeds — fa sì che il romanzo debba essere considerato come un caso a sé, al pari delle opere più riuscite di Sol{l-zcaron}enicyn... In Vita e destino l'autore attacca Stalin e lo stalinismo, arrivando alla conclusione cui Churchill era giunto tempo prima: comunismo e nazionalsocialismo sono entrambe e allo stesso modo forme odiose di autocrazia totalitaria, tant'è vero che l'eroica vittoria di Stalingrado venne usata dal regime per perpetuare il terrore staliniano».

Abbracciando una posizione di assoluto rifiuto, coraggiosa e senza compromessi, «Grossman — rileva Ellis — si azzarda a dare un giudizio morale dell'intero Stato sovietico, a partire dalle sue origini, dagli sforzi di Stalin per imporre il “socialismo in un solo Paese” e per sopravvivere all'invasione tedesca, fino alle conseguenze che la vittoria produsse sulla società sovietica e sull'Europa orientale nel dopoguerra. Così facendo Grossman finisce per mettere in discussione pressoché tutti i sacri e basilari principi dello Stato sovietico».

Nell'analisi di Ellis la differenza principale tra scrittori condiscendenti come Stadnjuk e Bogolomov e scrittori dissidenti come Bikov e Grossman sta nel fatto che i primi, «nel tentativo di convincere il lettore che la propria visione della guerra sia l'unica che davvero dica qualcosa, sembrano cogliere l'essenza della massima di Sun Tzu: “La guerra è il Tao dell'inganno”».

E per questo evitano di raccontare troppe cose, o lo fanno superficialmente, o manipolano la verità. D'altra parte, aggiunge Ellis, «presi singolarmente, Bikov e Grossman non rappresentano l'ultima parola sul tema della guerra». Eppure, aggiunge, il loro ritratto «è di gran lunga più vicino a ciò che le persone vissero direttamente e, quel che è ancora più importante, si tratta di un ritratto alieno da ogni intento menzognero e ingannatore, atteggiamenti invece peculiari di Stadnjuk e Bogolomov».

La Grande guerra patriottica ha continuato a suscitare interesse negli scrittori russi anche in tempi più recenti. Ellis segnala in particolare tre romanzi, sottolineando che se la loro pubblicazione fosse avvenuta prima della glastnost' probabilmente i manoscritti sarebbero stati censurati se non requisiti dal Kgb. Si tratta di: General i ego armija ( Il generale e la sua armata , 1994) di Georgij Vladimov, Orël-Relka ( Testa o croce , 1995) e Proktljaty i ubity ( I dannati e i morti , 1992) di Viktor Astaf'ev. Affrontando la vicenda del generale Vlasov, il primo tocca il nervo scoperto del collaborazionismo, nel tentativo di comprendere perché cittadini di ogni ceto sociale rimasero di fatto leali al regime che li terrorizzava in maniera spietata e li costringeva a terrorizzare altri allo stesso modo. Ambientato nell'autunno del 1943, il secondo racconta invece il disastroso tentativo di conquistare e poi mantenere un avamposto in Crimea, mettendo quindi in discussione l'abilità dei vertici militari sovietici. Ma è soprattutto ne I dannati e i morti che Ellis individua il romanzo più rappresentativo, capace di catturare con realismo la tragedia di un popolo, la sua grandezza pur nella disgrazia, utilizzando una visione apocalittica cara alla tradizione letteraria, ma anche filosofica e teologica, di quelle terre. Una visione secondo la quale «solamente attraverso le sofferenze imposte dalla guerra la Russia può giungere a purificarsi dal comunismo e a ricominciare da capo il proprio ciclo vitale».

La fede di Astaf'ev in questa rinascita trova espressione in una immagine di straordinaria bellezza, in cui i soldati, in una pausa nei combattimenti, dimenticano la propria miseria dinanzi all'incanto del paesaggio invernale siberiano e al mistero del Natale che si avvicina: «Tutt'intorno regnava un silenzio purissimo che ricordava quello di un antico racconto di Natale. La Terra, assorta in silenziosa preghiera, attendeva la nascita del Figlio di Dio... La vista di quella distesa, di un bianco così puro, suscitava in loro l'attesa di un miracolo in grado di cambiare radicalmente questa vita miserabile e salvare le persone dall'agonia e dalla sofferenza. Un mondo in cui esisteva una luce così divina e splendente nel suo saluto mattutino — un mondo che fino ad anni recenti era chiamato il Suo mondo — non poteva certo mostrarsi malvagio, indifferente o vuoto rispetto a ogni cosa e a ciascuno, perché altrimenti sarebbe stata una crudeltà eterna, profonda e incessante. Vedi bene come questo mondo non sia stato concepito e creato perché fosse piegato al male».

Secondo Ellis, «Astaf'ev stigmatizza la distruzione della vita contadina, in cui egli vedeva il progetto di Dio per la Russia. Egli rigetta senza mezzi termini la logica socio-economica dei grandi numeri. Perché venga guarita dal comunismo, la Russia necessita di un lungo periodo di ricerca spirituale e di fiduciosa riflessione, al riparo da velleità che non le si addicono e parimenti da forme di messianismo politico». E in ciò l'autore mostra «un'inattaccabile speranza nell'azione di Dio».

E le loro madri piansero — arricchito da un interessante saggio introduttivo di Vittorio Strada sui tentativi anche politici di una revisione della storia russa del secolo scorso — si presenta dunque come un lavoro importante, che viene a colmare un vuoto. Infatti, a fronte di romanzi di guerra sovietici e russi già studiati o tradotti, ciò che ancora mancava era una monografia interamente dedicata alla letteratura sovietica basata sulle esperienze della Grande guerra patriottica. E in questo intrecciarsi di spada e penna, dando conto di molti romanzi purtroppo non ancora tradotti in italiano, Ellis ricostruisce il racconto di un passato caratterizzato da dolorose contraddizioni e ferite non ancora rimarginate.

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