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La volta che portai in scena Celestino v

· A colloquio con Giancarlo Giannini ·

Meglio la scuola di aeromodellismo del metodo Stanislavskij per imparare a recitare bene, «è lì che mi hanno insegnato la precisione, la costanza e l’attesa». Forse non si tratta solo di un brillante espediente dialettico, un paradosso teso esclusivamente ad attirare l’attenzione di chi ascolta, se a dirlo è un grande attore come Giancarlo Giannini, regista e doppiatore di Al Pacino, Jack Nicholson e Dustin Hoffman, ma anche perito elettronico, inventore — è sua la “giacca sonora” che Robin Williams indossa nel film Toys di Barry Levinson — fotografo e pittore.

La locandina dello spettacolo andato in scena a San Miniato nell’agosto del 1969

«Tutto dev’essere perfetto, altrimenti l’aereo non vola» continua Giannini, a Viterbo per una lettura scenica di Vita di Maria Vergine di Pietro Aretino, spiegando che l’ha frequentata davvero una scuola tecnica a Napoli, tanto tempo fa. «Per ogni personaggio facevo un lavoro a sé: spezzavo il copione, creavo diagrammi sull’emotività, una rappresentazione grafica, così era immediato visualizzare nel divenire del tempo tutto ciò che avevo pensato del mio personaggio, una specie di elettrocardiogramma».

Un metodo rigoroso e versatile al tempo stesso che gli ha permesso di lavorare con registi del calibro di Rainer Fassbinder, Francis Ford Coppola e Ridley Scott e sfiorare l’Oscar nel 1977. «Il giorno in cui lasciai il teatro — racconta parlando di uno dei momenti più amari della sua vita — mi svegliai all’alba, perché la sera sarei andato in scena con L’avventura di un povero cristiano di Silone a San Miniato. Feci quello spettacolo perché ci credevo ancora; grazie agli amici Alberto Burri, in quell’occasione diventato uno scenografo eccezionale, e Valerio Zurlini, che intendevano il palcoscenico come lo intendevo io. E poi c’era la storia, quella di Celestino v, un testo classico, e quel personaggio che aveva una certa età, Zurlini decise di farlo interpretare a un giovane, quindi ero il simbolo della contestazione. Era uno spettacolo che durava quattro ore. Nascevano polemiche dal nulla, alimentate dai giornali; ricordo che ci fu una lunga querelle tra Giorgio Bocca e Franco Zeffirelli anche durante gli anni in cui portavamo in scena Romeo e Giulietta. Cercai di non curarmi delle critiche, i teatri erano sempre pieni, ma poi decisi di chiudere tutto. Comunque — sorride — a tanti anni di distanza sono convinto che tutto il male viene per giovare, ribaltando il modo di dire che tutti conoscono». 

di Silvia Guidi

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22 aprile 2018

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