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​Quella vocina di Chico

· ​Una fiaba sulla maternità surrogata ·

«C’era una volta una bambina di nome Asia»: l’ultimo libro di Barbara Alberti Non mi vendere, mamma! (Roma, Nottetempo, 2016, pagine 124, euro 12) comincia come una fiaba e con leggerezza e una buona dose di ironia affronta il tema della maternità surrogata. Asia ha trascorso tutta l’infanzia in orfanotrofio; orfana dalla nascita, fisicamente una piccola Mowgli, come la definisce l’autrice, selvaggia, ribelle, spaurita, lega la sua vita a quella di un altro orfano, Lillo, che immeritatamente diventa la sua famiglia e il centro della sua vita. Lillo la sfrutta, la prostituisce per pagare i suoi vizi di gioco e l’eroina, e arriva a vendere il suo utero per 150.000 euro a una coppia di americani che — a quanto pare — non può avere figli. Comincia così per Asia un’avventura grottesca per dare un erede ai coniugi Trump: l’ispezione del corpo come al mercato degli schiavi, la corsa alla clinica svizzera Grimm molto simile alla casa di marzapane della nota fiaba tedesca, dove la ragazza viene tenuta sotto stretta osservazione da due improbabili dottori, Hansel e Gretel, incaricati di provvedere alla sua salute e di soffocare in lei ogni briciolo di istinto materno.

Nella gabbia dorata dove si trova catapultata, la signora Trump la vizia con mille attenzioni e regali costosi, ha cibo in abbondanza e, cosa non da poco, non deve preoccuparsi in continuazione per Lillo. Tutto sembra filare per il meglio fino a quando un giorno una vocina non le sussurra: «Ma che sei scema, mamma? Non mi vorrai mica vendere a quei due?». È Chico, la creatura che porta in grembo, capace di parlarle e di metterla davanti allo squallore di aver venduto se stessa e un altro essere umano a una coppia senza scrupoli e senza amore, convinta di poter comprare tutto con i soldi, anche un erede.
Chico non è solo capace di parlare, ma sa tutto di letteratura, cinema, filosofia e le racconta le storie che nessuno mai le ha raccontato, i libri e i film che non ha mai visto. Nel mondo di Chico e Asia tutto è possibile, anche vedere a raggi x e assistere alla requisitoria di un gruppo di banconote che accusano il genere umano di deplorare i soldi salvo poi essere pronti un attimo dopo a morire per il dio denaro. Quella vocina che viene dalla sua pancia, ironica e impertinente, userà tutti i mezzi per convincere Asia a non vendersi e a dare una possibilità a lui e al loro amore. Il finale è rocambolesco e dal ritmo incalzante, un po’ come quello di Alice nel Paese delle meraviglie con le carte della Regina di cuori che le si avventano contro, invano. Barbara Alberti, da sempre schierata al fianco delle donne in difesa della loro dignità e libertà, con una fiaba leggera e divertente condanna la pratica dell’utero in affitto come l’ultima frontiera della schiavitù. Portare in grembo una creatura, sentirla crescere dentro di sé è una esperienza così unica che travolge il corpo e l’anima di una donna, tutta protesa ad accogliere la nuova vita, che non si può pensare che una donna decida liberamente di intraprendere questo cammino “per contratto”. Solo il bisogno può spingere una donna a sottoporsi alla faticosa meraviglia di una gravidanza e all’inevitabile strazio che segue alla separazione. E se tutto gira attorno ai soldi, se un figlio col patrimonio genetico dei genitori può permetterselo solo chi è ricco, quale libertà c’è per le donne? Quale democrazia, se non tutte le coppie possono permettersi di ricorrere a questa pratica? È dunque una nuova arma dei ricchi, che sfrutteranno il bisogno e la disperazione altrui per soddisfare desideri o (perché no?) capricci.
Il romanzo ci fornisce anche un altro spunto di riflessione: Asia e Lillo provengono non a caso da un orfanotrofio, dove sono sempre troppi i bambini che aspettano di trovare la loro famiglia. Sarebbe più giusto rendere facilmente percorribile la strada dell’adozione piuttosto che concentrarsi sulla accanita ricerca di un figlio proprio. I figli sono un dono, sotto qualsiasi forma arrivino. Chico è un dono per Asia, anche se non ha il suo patrimonio genetico, e la ragazza non può fare a meno di amarlo.

di Angela Mattei

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25 marzo 2019

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