Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quella vecchia Underwood che ticchettava in convento

· In memoria dello storico cappuccino Mariano d’Alatri ·

Il 3 maggio 2007 tornava al Signore Mariano d’Alatri, per oltre un quarantennio (1953-1996) membro dell’Istituto storico dei cappuccini, uno dei maggiori studiosi dell’Inquisizione medievale e della santità cappuccina. Scrivere di lui oggi, a dieci anni dalla morte, è per me non soltanto segno di un affetto che il tempo non ha scalfito, ma esigenza di verità, perché resti viva la sua testimonianza luminosa di religioso e di storico, vissuta con sincera umiltà.

I primi anni della mia frequentazione dell’Istituto storico coincisero con gli ultimi della permanenza di padre Mariano: nel 1996, infatti, si trasferì nel convento di Monte San Giovanni Campano, nella provincia di Frosinone, dove rimase poi fino alla morte. Nonostante la differenza di età — era nato nel 1920 — tra noi scattò presto una reciproca simpatia, favorita dal comune ricordo del professor Raoul Manselli e dalla vicina origine geografica (della Ciociaria lui, della provincia di Latina io). Di padre Mariano, oltre al tratto delicato e discreto, mi colpiva la battuta efficace, pronunciata spesso a fil di voce, la sua chiarezza mentale, accompagnata dal sonoro ticchettare della sua vecchia macchina da scrivere.

Quando ancora il computer non ci dispensava dallo stendere a mano la brutta copia dei nostri scritti, Mariano scriveva direttamente a macchina i suoi, apportando dei ritocchi a penna prima di consegnare il testo per la stampa: come mi disse, per ogni lavoro compilava molte schede che poi ordinava in successione logica, quindi sedeva alla macchina (una Underwood classe 1907, più vecchia di lui, dunque) e, sulla loro base, redigeva il proprio testo.

Ne risultava una prosa straordinaria, poiché Mariano D’Alatri aveva la stoffa non soltanto dello storico, ma anche dello scrittore, e le sue pagine risultano godibilissime. Sin dagli inizi rifuggiva dallo stile stucchevole e ampolloso che contrassegnava ancora tante pagine dei suoi contemporanei, ancorché scrivessero di storia, ma soprattutto di agiografia e di devozione.

Piuttosto, gli risultava naturale quel modo d’esprimersi semplice, immediato e arguto — e perciò efficace — che il padre Mariano da Torino veniva canonizzando in quegli stessi anni alla radio e in televisione. Si legga, per esempio, questa sua caratterizzazione del giovane san Felice da Cantalice — scritta sul finire degli anni cinquanta, quando ancora non soltanto i panegirici, ma pure le pubblicazioni abbondavano d’esclamazioni meravigliate — per rendersene conto: «Nella vita del contadino, il sacrificio è il pane quotidiano, pure oggi. E lo era ancor più quattro secoli fa, quando i garzoni che faticavano come Felice eran detti “uomini di fuora”, e il nome designava qualche cosa di rustico e, insieme, di selvaggio (…) Felice crebbe rude e forte, come un uomo sbucato da una zolla. I compagni di adolescenza narreranno nei processi canonici che, avendo giocato con lui alla lotta, sempre erano restati vinti».

Crebbe rude e forte, come un uomo sbucato da una zolla; quanto è efficace questa descrizione del futuro santo e quanta distanza è possibile riscontrarvi rispetto a quella, oleografica e piuttosto scontata, che Antonio Donati, appena qualche anno prima, aveva tratteggiato per la rivista dei cappuccini italiani! Secondo Donati, infatti, Felice, ancora fanciullo, «pascolava il gregge nella pianura e sulle balze dei monti. Raccomandava ai suoi coetanei la modestia e la devozione, ed egli si divertiva a intagliare nella corteccia degli alberi una croce dinanzi alla quale pregava, piangeva, meditava».

A una penna tanto agile, seppe unire una straordinaria capacità di lavoro. Anche a non voler tener conto dei molteplici studi che dedicò alla storia dell’inquisizione medievale — in gran parte fondati su documenti inediti — al cronista Salimbene da Parma, all’antico Ordine francescano della penitenza, come socio dell’Istituto storico dei cappuccini preparò assiduamente schede bibliografiche (oltre quattromila) e recensioni (più di seicento) per la rivista «Collectanea Franciscana» e i volumi della Bibliographia Franciscana. Nel 1964 assunse la direzione della sezione Monumenta Historica ordinis, per la quale curò l’edizione di ben otto volumi, nel primo dei quali pubblicava il Processus Sixtinus, vale a dire gli atti del processo canonico di san Felice da Cantalice. Collaborò inoltre in modo costante con «L’Italia francescana», la rivista dei cappuccini italiani, nella quale, tra l’altro, utilizzando spesso lo pseudonimo di Vincent Flint, curò una rubrica che egli stesso avrebbe poi definito «provocatoria». Infine, per un pubblico più vasto, scrisse diverse vite di santi e di personaggi avviati verso la canonizzazione; tra questi ultimi scritti, da segnalare, anzitutto, la raccolta su santi e santità nell’Ordine cappuccino, da lui stesso ideata e sostenuta.

Qualunque ne fosse l’occasione, sempre i suoi testi appaiono limpidi, essenziali, efficacissimi e lo stile straordinariamente moderno. Rileggerli oggi sarà quindi non solo utile agli storici, ma potrà fare bene a tanti; anche alle generazioni che verranno.

di Felice Accrocca

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE