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Quella terribile rivoluzione interna

· ​Riproposte le riflessioni di Thomas Merton sulla contemplazione mistica ·

«Cerca la solitudine quanto più ti è possibile, dimora nel silenzio della tua anima e fermatici nella luce semplice e semplificante che Dio infonde in te». Sono parole tratte dal libro Che cos’è la contemplazione? di Thomas Merton, pubblicato negli Stati Uniti nel 1948, poi in italiano dalla Morcelliana nel 1951 e ora nuovamente riproposto nella collana Pellicano rosso curata da Paolo De Benedetti (Brescia, 2015, pagine 49, euro 7,00). Parole particolarmente controcorrente per il nostro mondo dominato da una società di massa e dal rumore, ma significative anche per ambienti religiosi non estranei all’azione frettolosa e alla mormorazione. Addirittura capita nei monasteri di sentire monaci o monache lamentarsi di non trovare abbastanza spazio per il silenzio e la solitudine, prova ne è (soprattutto in ambito femminile) l’esodo di alcuni di loro verso una scelta di vita eremitica, da poco reintrodotta dal diritto canonico. La «contemplazione è opera dello Spirito Santo, il quale infonde nelle nostre anime i suoi doni di sapienza», quindi la «luce semplice e semplificante» è la luce infusa nell’anima dallo Spirito Santo per purificarla e santificarla. 

Edvard Munch«Malinconia» (1892)

Merton in questo breve, ma intenso libretto, parla della contemplazione mistica, o infusa, chiamata anche «passiva», per distinguerla dalla contemplazione «attiva» che invece riguarda le forme tradizionali, quelle pratiche relative alla vita interiore che esigono atti di volontà. Essa non implica «tutta una litania di fenomeni vaganti: estasi, ratti, stigmate e così via», cioè particolari «doni carismatici», ma è «un potente mezzo di santificazione», una «conoscenza profonda e intima di Dio tramite la comunione d’amore».
Il rinvio esplicito è al testamento spirituale di Gesù esposto nei capitoli xiv-xvii del vangelo di Giovanni in cui sono gettate le «fondamenta di ogni teologia mistica» e in cui è definito il senso profondo della vita cristiana come intimo rapporto di comunione fra umanità e divinità.
La comunione con il figlio conduce l’umanità a partecipare della vita del padre, ossia della vita eterna. Attraverso l’azione dello Spirito Santo ogni essere umano è attratto nell’intimità della dinamica trinitaria, introdotto in quella perfetta relazione d’amore che, pur nella distinzione delle persone, preserva l’unità.
La contemplazione mistica è quindi possibile per tutti gli esseri umani, ma finché i «semi di questa vita perfetta» giacciono come addormentati, non crescono, non fioriscono, non illuminano le facoltà dell’anima. Questi semi si risvegliano attraverso il battesimo di fuoco. Gesù effonde lo Spirito Santo, il battesimo di Gesù immerge nella luce creatrice e santificante, attrae dentro la vita trinitaria. Partecipando di questa dinamica d’amore l’anima è pian piano portata a ritirare le proprie potenze. La contemplazione infusa o «passiva» riguarda quindi quello stato di annichilimento in cui l’anima si abbandona all’azione santificante dello Spirito. Ma cosa rende possibile questo stato?
Innanzitutto il desiderio di conoscere Dio nell’intimo che si intensifica più si affievoliscono gli appetiti verso le cose mondane. Rifacendosi alla più alta tradizione mistica cristiana, Merton così definisce la contemplazione: «Conoscimento di Dio semplice e oscuro infuso da Dio nella sommità dell’anima». Allude chiaramente a un «conoscimento» non intellettuale, ma esperienziale, che investe la parte divina dell’anima. Il termine «sommità» — come del resto i termini «centro», «apice» o «fondo» introdotto da Meister Eckhart — non alludono all’alto o al basso spaziale, ma a quel punto di congiunzione dell’anima con lo Spirito, con l’essenza divina da cui essa scaturisce e da cui eternamente riceve vita.

di Antonella Lumini

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18 marzo 2019

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