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Quella strana diffidenza verso la felicità

· Nel volume «L’onere della gloria» i saggi, le conferenze e gli scritti d’occasione di Clive S. Lewis ·

«Ci accontentiamo troppo facilmente»; in L’onere della gloria , l’intervento che dà il titolo alla raccolta di saggi e scritti d’occasione edita da Lindau (Torino, 2011, pagine 192, euro 16,50) Clive S. Lewis mette in pratica la lezione imparata dal suo maestro Chesterton, l’arte del paradosso e del fulmen in clausola , per parlare di uno degli argomenti chiave dell’apologetica cristiana, il Paradiso. «In realtà — continua Lewis — se consideriamo le audaci promesse di ricompensa e la sconcertante natura delle ricompense promesse dai Vangeli, sembrerebbe che Nostro Signore reputi i nostri desideri non troppo forti, ma troppo deboli. Siamo creature superficiali che giocano con l’alcol, il sesso e l’ambizione quando ci viene offerta una gioia infinita, come un bambino ignorante che vuole continuare a fare formine di sabbia in un vicolo perché non immagina nemmeno cosa sia la prospettiva di una vacanza al mare».

«I lettori — chiosa il segretario dello scrittore, Walter Hooper, nell’introduzione al libro — capiranno forse quella che potrebbe sembrare una semplice banalità, ma che in realtà non lo è, ovvero che Lewis desiderava e amava davvero la felicità che il Figlio Divino conferì a tutti gli uomini morendo. E questo lo notai già all’epoca, circa dieci anni prima di vedere il tutto messo succintamente nero su bianco alla Bodleian in una lettera del 28 gennaio 1940 indirizzata al fratello, in cui scriveva “Comincio a sospettare che il mondo si divida non solo in felici e infelici, ma in chi ama la felicità e in chi, per quanto strano possa sembrare, non la ama affatto”».

Un dubbio condiviso dalla scrittrice russa Ol’ga Aleksandrovna Sedakova, che per la copertina del suo Apologia della ragione (La casa di Matriona, 2009) un saggio sulla poesia che documenta la desertificazione culturale del razionalismo contemporaneo, non ha scelto profeti di sventura o immagini apocalittiche ma un angelo «indisponente, che sorride invece di essere corrucciato» (Adriano Dell’Asta). Il motivo risulta chiaro leggendo in quarta di copertina L’angelo di Reims , una poesia dedicata dall’autrice a Francois Fedier: «Sei pronto? / l’angelo sorride / lo chiedo, anche se so / che certo tu sei pronto / (...) ma tuttavia / in questa rosea pietra sgretolata / levando il braccio / scheggiato dalla guerra mondiale / consentimi tuttavia di ricordarti: / sei pronto? / Alla peste, alla fame, all’ira che si abbatte su di noi? / Certo, è tutto importante, ma non è di questo che voglio parlarti / Non è questo che ho il dovere di rammentarti. / Non per questo sono stato inviato. / Io ti dico: / tu / sei pronto / a una felicità incredibile?».

Ma una censura impalpabile nasconde il desiderio dell’essenziale; «parlando di questo desiderio per la nostra lontana patria che troviamo anche adesso dentro di noi, sento una certa timidezza — confessa Lewis — Sto quasi commettendo un’indecenza. Sto cercando di svelare il segreto in ognuno di voi, quel segreto che fa così male che per vendicarvi gli affibbiate nomi come nostalgia e romanticismo (...) il nostro espediente più comune è chiamarlo bellezza e fingere che questo abbia risolto la questione».

Scorciatoie e risposte facili mostrano presto la loro inadeguatezza, continua Lewis: «Noi vogliamo molto di più, qualcosa a cui i libri di estetica danno ben poca importanza. Ma i poeti e le mitologie sanno tutto al riguardo. Non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se Dio solo sa che grande ricompensa sia. Vogliamo qualcos’altro che è difficile esprimere a parole: congiungerci con la bellezza che vediamo, attraversarla, riceverla in noi, immergerci in essa, diventarne parte».

Il pacato argomentare dell’autore insegue la «segnaletica» della Bellezza ovunque: fra le seicentesche pagine di diario di Samuel Pepys, tra le note di una musica particolarmente toccante, nell’armonia sorprendente di un paesaggio. E dimostra al lettore che quello che cerca di ignorare e distruggere è un desiderio reale, connaturato alla ragione e dotato di «peso specifico» ( The Weight of Glory è il titolo originale del libro).

In un’epoca che lascia solo alla ragione intesa come misura scientifica delle cose lo spazio della conoscenza autentica, rivendicando per la religione esclusivamente i territori del cuore, inteso come puro sentimento, per esprimere lo stesso concetto la Sedakova cita Puškin («L’intelligenza è alla ricerca del divino, il cuore non lo trova» scrive nel 1817 in Incredulità , e Mon coeur est matérialiste, mais ma raison s’y refuse , si legge in un appunto di diario del 1821) e il suo amato maestro Sergej Averincev: «Perché — chiede alla sua allieva — pensa che questa strada sia l’opposto di quella solita? Secondo me è il percorso più naturale!».

Il letargo di una ragione ridotta, insiste la Sedakova, indebolisce i desideri autentici e genera un’inquietante regressione all’infanzia: una spia del sentimentalismo della nostra epoca è il mito dell’eterno adolescente. «Una volta — racconta l’autrice — mi è capitato di trovarmi nell’immenso archivio letterario di Marbach, dove sono appesi innumerevoli ritratti di uomini di cultura. Proprio lì questo quadro mi si è palesato con estrema chiarezza. Passando di sala in sala, dal XVIII al XX secolo, ho visto come ringiovaniscono i volti dei ritratti. Il moto dell’epoca culturale va a ritroso rispetto al corso della vita biografica naturale dell’uomo. Intelligenti e nobili volti adulti nelle sale del XVIII secolo e, arrivando al XX secolo, volti di “adolescenti difficili” in quasi tutti i ritratti. Averincev comprendeva a fondo il modernismo, ma c’era qualcosa nella cultura moderna che respingeva categoricamente: questa disposizione d’animo da adolescente ribelle (...) anche perché, tra l’altro, l’adolescente si prende troppo sul serio e quindi non è affatto incline a comprendere l’alterità che gli sta davanti».

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