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Quella spina che non c’è più

· In un libro dell’Apsa sugli edifici di via della Conciliazione ·

Abbandoni subito la lettura di questo articolo — e passi senz’altro a quella del libro — chi voglia conoscere l’opera della Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, a cura di Maria Mari, Gli edifici di via della Conciliazione. Palazzi: Propilei, San Paolo, Pio xii, Convertendi. Ricerche e immagini per il restauro (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2017, pagine 152, euro 39) appena data alle stampe, in tempo di strenne. Qui non se ne troverà un’epitome, perché si tratta già di una straordinaria sintesi, condensata in soli nove sedicesimi e mezzo, 152 pagine fitte di testi e di immagini (mediamente ben più di una per pagina): insomma idee in gran copia, raccolte da 13 autori. 

Una fase della costruzione  dei Palazzi dei Propilei

Chi invece fosse interessato a indagare quante e quali diverse emozioni, quali sentimenti, anche opposti, contrastanti, queste illustrazioni e queste testimonianze scritte possono suscitare in chi le affronti con interesse, prosegua — se crede — anche qui, per verificare se tra queste righe vi sia magari qualcosa di condivisibile o piuttosto di confutabile. Tentiamo quindi di incamminarci verso questa inconsueta sperimentazione di una recensione quasi onirica, per stati d’animo, a partire da un libro insolitamente emozionante.

In copertina si trova qualcosa che per un verso echeggia la città ideale, ma d’altro canto la nega: gli scheletri in cemento armato dei nuovi fabbricati fiancheggiano la basilica, senza possibilità di intesa, senza un colloquio, che anzi sembrano voler espressamente negare, anche nelle forme spigolose, tetragone e taglienti, contrapposte a quelle curve, gonfie e piene sullo sfondo, ammorbidite e quasi sbiadite nella foschia dello spessore dell’aria e dei secoli. Sembra una prospettiva spaziale e temporale, in una visione riformata della chiesa di Roma, intesa come cantiere colossale infinito. Con i palazzi in costruzione che sormontano illusivamente in altezza la cupola. La suggestione potrebbe essere quella di una fase intermedia tra la “febbre edilizia” della distruzione delle ville romane a cavallo tra Otto e Novecento in Roma capitale e La speculazione edilizia di Italo Calvino (di pochi anni successiva alla foto: uscì per la prima volta sul numero 20 della rivista letteraria «Botteghe Oscure» nel 1957, divenne poi un successo con l’edizione del 1963 nella collana Coralli di Einaudi, e con le successive riedizioni per Einaudi prima e per Mondadori poi). Quella concettuale, di suggestione, rimanda invece ai dibattiti sull’accostamento tra il nuovo e l’antico. Si coglie qui — e nelle immagini che seguono all’interno del libro — quasi l’idea di una chiesa persuasa a forza a non restare in mezzo alle case di Borgo Vecchio e di Borgo Nuovo, e che viene difatti trasferita, pur restando immobile, tra i palazzi degli uffici, con un viaggio metaforico dal popolo al potere. Rinunciando a quello storico permanente presepe.

Nella sobrietà dell’incipit, a pagina 5, dopo il frontespizio, con quella a fronte in bianco, questo libro ha inizio nel nome del Papa, al quinto anno del suo pontificato. E siamo così già, ancora prima di cominciare la lettura, di nuovo tra le suggestioni. Tra le tante se ne propone solo una.

Secondo la tradizione, quando era in partenza dal porto di Ancona per il suo viaggio dal Saladino, a san Francesco sarebbe stato chiesto dove costruire una chiesa in attesa del suo ritorno, quasi un ex voto pieno di fede, non una mercede per grazia ricevuta, ma per grazia ricevenda. «Ad altum» fu la risposta, intendendo certo con questo una esortazione a pensare e dedicarsi alle cose celesti più che a quelle terrene. Un invito a guardare a noi stessi — e al prossimo che abbiamo vicino nello spazio e nel tempo — ma dalle altezze, in una visione di insieme, mirando al sommo e al supremo, nelle nostre aspirazioni edificanti morali e spirituali. Ma al suo ritorno il santo trovò invece sul punto più elevato della città una nuova chiesa verticalissima, che pare fu subito sbassata e ridotta in altezza per suo stesso espresso volere, ma che ancora oggi porta il nome di San Francesco ad alto.

A pagina 10 si trova la riproduzione di un dipinto fiammingo per la didascalia del quale pare di poter attingere a Dante addirittura: «come i Roman, per l’esercito molto, l’anno del Giubbileo su per lo ponte hanno a passar la gente modo tolto».

A pagina 18 si possono paragonare, nel fronte su piazza Pia, i vecchi fabbricati ai recenti. Al termine del rettifilo della spina di Borgo — la demolita via Alessandrina — si vede di infilata, sullo sfondo, la porta del colonnato di destra, quella che immette alla scala regia e ai palazzi vaticani. Ma non possiamo procedere di questo passo, che troppo — sia pure in breve — si dovrebbe dire anche solo sull’Auditorium di Roma, intermedio tra quello perduto che era sul mausoleo d’Augusto e quello ultimo al villaggio olimpico. Si può solo aggiungere che tra i testi, la ricca documentazione e le immagini pare ancora di poter toccare i ponteggi di legno, a pagina 51, 57, 59 e oltre, coi cavi del filobus in primo piano, fra le prime automobili e i tram; pare di poter rischiare di inciampare tra le gabbie della selva intricata dei ferri piegati per il cemento armato a pagina 60, pare di udire il ritmo alterno e imprevedibile dei colpi di piccone delle demolizioni eseguite a mano per dar lavoro e occupazione a pagina 72 o i tonfi sordi, i colpi di maglio battipalo rilasciati dagli alti treppiedi in legno, alternati al sibilo della caduta libera, a pagina 92. Ma si è pervasi anche da uno stupore che a tratti si fa desolazione. Ancora oggi si percepiscono chiaramente le sensazioni incerte dei riguardanti di allora. Le guide che accompagnano il lettore in questo viaggio sono tutte d’eccezione, da Paolo Portoghesi a Claudia Conforti.

di Francesco Scoppola

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20 settembre 2019

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