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Quella sottile differenza
tra sviluppo e progresso

· La novità del magistero sociale di Paolo VI ·

Benché non sia un documento di dottrina sociale, la prima enciclica di Paolo VI, Ecclesiam suam (1964), pubblicata più di un anno dopo la sua elezione al soglio pontificio, merita una menzione del tutto speciale. Il Papa stesso ha presentato questo scritto come un testo programmatico del suo pontificato. Del resto è un documento di sapore montiniano, sia nello stile che nel pensiero, tutto rivolto alla missione della Chiesa nel mondo. Paolo VI l’aveva scritto di sua mano. L’enciclica fu pubblicata tra la seconda e la terza sessione del concilio, dunque prima della discussione della costituzione Gaudium et spes.

Un’illustrazione del Foro Social Mundial di Madrid del gennaio 2010

La portata sociale dell’enciclica sta nell’invito rivolto alla Chiesa a dialogare col mondo. La cosa ci pare ovvia oggi, magari anche con qualche delusione, ma nel 1964 risuonava come un appello nuovo e coraggioso. Quell’invito Paolo VI lo inseriva nella propria visione della missione della Chiesa. Il pensiero di Papa Montini si spostava continuamente tra Chiesa ad intra e Chiesa ad extra.

In questa doppia direzione egli aveva del resto cercato di impostare i lavori del concilio appena iniziato. Paolo VI invita la Chiesa ad approfondire la coscienza che ha di se stessa, poi a entrare in un processo di rinnovamento e di emendamento per rispondere meglio alla sua missione. In terzo luogo egli vede la Chiesa intrecciare una relazione autentica con il mondo esterno. Questa relazione si svolge nella forma del dialogo.

Con la Populorum progressio la Chiesa ha proposto una visione integrale della persona aperta sull’infinito di Dio in un mondo quasi ossessionato dall’accumulazione di beni materiali. Il magistero seguente avrà modo di precisare la prospettiva e di accompagnare attentamente l’evoluzione dei temi legati allo sviluppo.

Iscrivere il progresso nel programma di un’enciclica era coraggioso. Non dimentichiamo che il Syllabus di Pio IX (1864) finiva con la propositio 80 che condannava chi pretendeva che il Papa venisse «a patti e conciliazione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà». Infatti, il “progresso” era l’idolo di una certa modernità, progresso delle scienze che doveva eliminare l’ignoranza e la religione per creare un uomo nuovo.

Nel 1967 il progresso era senz’altro l’idolo dell’Occidente, stupito dalla rapida crescita economica, e faceva parte dell’ideologia marxista che prometteva la liberazione dalla penuria tramite il materialismo dialettico. È tuttavia da notare che Populorum progressio si traduce con “sviluppo dei popoli” e non progresso, mentre il Syllabus condannava il progressus nel senso astratto del “progresso” lodato dalla modernità.

Lo sviluppo è un tema portante, perché genuinamente cattolico.

Il tema dello sviluppo integrale lanciato da Montini appare come il filo rosso dell’insegnamento sociale del Magistero fino a oggi. Papa Francesco, nell’invitare la Chiesa ad andare alle periferie, s’ispira anche all’insegnamento di Paolo VI, quando ci dice: «Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società» (Evangelii gaudium, 186). Anche quando esamina il bene comune e la pace, il Papa scrive: «In definitiva, una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza» (n. 219).

L’insegnamento sociale di Paolo VI continua a portare frutti sia nella Chiesa, resa attenta alle nuove sfide dell’umanità, sia nella società alla ricerca di giustizia e di pace.

di Roland Minnerath

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