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Quella sete ardente di novità che non si estingue mai

· La «Rerum novarum» centovent’anni dopo ·

In preparazione al convegno internazionale che si svolgerà a Roma – dal 16 al 18 maggio presso il centro congressi della Conferenza episcopale italiana — in occasione del cinquantesimo anniversario dell’enciclica di Giovanni XXIII Mater et magistra, il cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha scritto il seguente articolo sulla Rerum novarum di Papa Leone XIII .

Il 15 maggio 1891, Papa Leone XIII firmò l’enciclica concernente la questione operaia, la Rerum novarum . Oggi come oggi, dopo 120 anni, in un periodo durante il quale il mondo e gli Stati nazionali sono stati interessati da enormi e rapidi cambiamenti in tutti gli ambiti della vita, la prima enciclica sociale offre ancora spunti di riflessione?

Nel cercare di rispondere, vorrei invitare a rileggerla sia in prospettiva storica che nell’ottica contemporanea. Oltre a riflettere su che cosa la Rerum novarum abbia potuto significare in passato, infatti, è importante vedere se e come essa sia rispondente ai nostri tempi.

L’importanza della Rerum novarum si coglie nei riferimenti continui che i Successori di Papa Leone XIII le hanno dedicato.

Concretamente, Papa Giovanni Paolo II affermò che il 15 maggio 1891 è «una data che merita di essere scritta a caratteri d’oro nella storia della Chiesa moderna». E non solo per l’importanza dell’argomento trattato o per il fatto che la Rerum novarum sia stata la prima enciclica sociale, ma più ancora per il modo in cui la tematica fu trattata. Leone XIII, infatti, ha analizzato la realtà sociale dal punto di vista evangelico, cercando di rinvenirvi delle soluzioni adeguate, muovendo dalla stessa prospettiva. Si è così basato sulle Sacre Scritture e sulla tradizione della Chiesa per proporre soluzioni alle res novae che stavano emergendo.

In questo modo, egli introdusse una metodologia che presto divenne caratteristica dell’insegnamento sociale della Chiesa: «La Rerum novarum ha affrontato la questione operaia con un metodo che diventerà un paradigma permanente per gli sviluppi successivi della dottrina sociale».

Il Papa in questo modo, avviò una saggia e profonda riflessione finalizzata a indirizzare umanamente e cristianamente le misure necessarie. Ciò spiega il carattere profetico e la perenne validità del documento: che non offre solamente una risposta alla domanda di quel tempo, né tantomeno, una risposta meramente tecnica. Ma fornisce una risposta incardinata sul discernimento, sulle esigenze della natura umana e sui precetti del Vangelo e della ragione.

Uno dei più grandi meriti dell’enciclica consiste nell’aver identificato in modo preciso e sistematico il metodo analitico della Chiesa relativamente alla sua dottrina sociale. Le visioni teologiche, filosofiche, economiche, ecologiche, politiche e via dicendo sono coerentemente connesse tra loro nel delineare un insegnamento sociale che ponga la persona umana, nella sua totalità e integrità, al centro di tutti i sistemi di pensiero e di azione esistenti al mondo.

Nelle parole di Giovanni XXIII, «La Rerum novarum ha così dato avvio per la prima volta a una struttura di principi, e ha avviato (...) un metodo di azione al quale dovremmo guardare come ad una summa dell’insegnamento cattolico concernente le materie sociali ed economiche».

Le «cose nuove», alle quali il Papa si riferiva, erano tutt’altro che positive. Il primo paragrafo dell’enciclica descrive le «cose nuove» che le han dato il nome, con le parole forti ( Centesimus annus, 5) dell’insegnamento sociale. Con la Rivoluzione francese del 1789, le guerre che la seguirono, e, soprattutto, con la rivoluzione industriale «le civiltà occidentali furono coinvolte in uno scontro feroce tra ideologie. Nel campo sociale, ciascuna di queste ideologie, dal marxismo al capitalismo del laissez-faire , si propose sempre come ultima risposta». Vi furono progressi nell’industria, e si svilupparono nuovi commerci. Le relazioni tra i datori di lavoro e gli operai peggiorarono, spingendo questi ultimi a cercare maggior fiducia in se stessi avvicinandosi sempre più gli uni agli altri attraverso i sindacati. L’enorme ricchezza dei pochi contrastava con la povertà dei molti; e si faceva più evidente anche il declino morale. Lo spirito del cambiamento rivoluzionario, allora, passò oltre le sfere politiche e colpì la sfera dell’economia reale.

Papa Leone XIII e, con lui, la Chiesa, così come la comunità civile, dovettero confrontarsi con una società lacerata da un conflitto tanto più violento e disumano in quanto condotto senza regole alcune. Facciamo alcuni esempi delle tematiche affrontate. Innanzitutto il conflitto tra «capitale» e «lavoro» o, per dirla con le parole dell’enciclica, la «questione operaia»: il conflitto tra la mera sopravvivenza fisica da un lato, e l’opulenza dall’altro, accentuò la tendenza ad abbracciare «teorie estremiste, che proponevano rimedi peggiori dei mali». Pensiamo poi al tema della dignità della persona umana: le deplorevoli condizioni lavorative opprimevano gli operai, che inoltre con i loro miseri stipendi non erano nelle condizioni di mantenere la famiglia o di educare i figli.

Nel lavoro il flusso massiccio di persone che dalle fattorie andava alle industrie provocava profonde fratture sociali.

I semi di discordia ebbero poi terreno fertile in movimenti sociali radicali, molti dei quali avrebbero visto nella Chiesa un alleato del nemico capitalista.

Consideriamo anche il tema della proprietà privata e del suo ruolo sociale: Papa Leone XIII lanciò anatemi sia verso il capitalismo liberale, che avrebbe voluto liberare l’individuo dalla coercizione sociale e morale, sia verso il socialismo, che avrebbe voluto eliminare la proprietà privata e subordinare l’uomo allo Stato.

Infine il ruolo dello Stato. Lo Stato non si presenta onnipotente, ma con un ruolo di bilanciamento economico e legale nel quale il bene comune, nel rispetto dei diritti legittimi, ha la precedenza sul vantaggio individuale. Tutto ciò è indicato con il termine «sussidiarietà».

In questa maniera, Leone XIII attualizzò i principi dell’insegnamento sociale della Chiesa applicando la fede cristiana e l’amore di Cristo alla nuova condizione della vita umana e rianimando «la parte migliore della civiltà Cristiana, per far sì che la voce Cattolica potesse essere chiaramente sentita sia per radunare i fedeli, sia per avvicinare alla Chiesa gli uomini di buona volontà». La Rerum novarum , allora, esortò le istituzioni ecclesiastiche e i singoli fedeli ad avviare numerose attività sociali, e incoraggiò le autorità pubbliche a migliorare la situazione dei lavoratori, rinvigorendo così l’impegno tradizionale della Chiesa in favore dei poveri. «Gli orientamenti ideali espressi nell’enciclica rafforzarono l’impegno di animazione cristiana della vita sociale, che si manifestò nella nascita e nel consolidamento di numerose iniziative di alto profilo civile: unioni e centri di studi sociali, associazioni, società operaie, sindacati, cooperative, banche rurali, assicurazioni, opere di assistenza. Tutto ciò diede un notevole impulso alla legislazione del lavoro per la protezione degli operai, soprattutto dei fanciulli e delle donne; all’istruzione e al miglioramento dei salari e dell’igiene». Oltre a questo l’enciclica contribuì a comprendere meglio il diritto-dovere della Chiesa a riferirsi, nei suoi interventi, alla realtà sociale e a indicare la via per trovare le soluzioni più corrette ai problemi.

Ieri come oggi, prevaleva e prevale «una duplice tendenza: l’una orientata a questo mondo ed a questa vita, alla quale la fede doveva rimanere estranea; l’altra rivolta verso una salvezza puramente ultraterrena, che però non illuminava né orientava la presenza sulla terra. L’atteggiamento del Papa nel pubblicare la Rerum novarum conferì alla Chiesa quasi uno “statuto di cittadinanza” nelle mutevoli realtà della vita pubblica». Quanto Leone XIII proponeva era una distinzione tra Chiesa e Stato, distinzione che però non portava all’estraneità, né, tantomeno, all’opposizione.

Tutto ciò invita a fare nostre le parole con le quali Giovanni Paolo II salutò il centesimo anniversario dell’enciclica: «Desidero anzitutto soddisfare il debito di gratitudine che l’intera Chiesa ha verso il grande Papa e il suo immortale Documento. Desidero anche mostrare che la ricca linfa, che sale da quella radice, non si è esaurita con il passare degli anni, ma è anzi diventata più feconda».

Siamo incoraggiati a prendere in considerazione ancora una volta l’insegnamento di Leone XIII sia aggiornandolo ai nostri tempi, sia abbracciando lo spirito originale nel quale esso è scaturito. «L’ardente brama di novità ha cominciato ad agitare i popoli e continua a farlo» ( Rerum novarum , 1).

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20 settembre 2019

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