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Quella iscrizione sopra la testa

· La sentenza di Gesù di Nazaret ·

Nel succedersi degli eventi che scandiscono i dies paschales — come narrati nei Vangeli — si può cogliere un particolare di carattere giuridicamente normativo spesso non adeguatamente considerato dai commentatori antichi e moderni nel suo significato cogente in riferimento all’azione processuale che condusse alla condanna del Nazareno: è l’iscrizione che fisicamente — prima appesa al collo poi disposta in prossimità della croce — doveva accompagnare il percorso di Gesù di Nazaret dal Sinedrio al Calvario. 

Cimabue, «Crocifisso di Santa Croce» (1272-1288, particolare)

Lo scrive Carlo Carletti aggiungendo che i Vangeli, seppure con evidenti diversità nell’estensione del racconto e nel dettaglio delle informazioni, riferiscono infatti di un testo iscritto commissionato da Ponzio Pilato, senza accennare però alla sua funzionalità giuridica. Nella procedura penale romana era previsto che il giudice, riconosciuta la colpevolezza dell'accusato e pronunciata la condanna, dettasse il titulus — trascritto su una tabella — cioè la motivazione della sentenza e il nome del condannato.

La descrizione più dettagliata della iscrizione destinata a Gesù si trova nel Vangelo di Giovanni, non a caso tramandato come testimone oculare dell’evento descritto: «Pilato scrisse (scilicet fece scrivere) un’iscrizione (titulus/títlos) e la pose sopra la croce. Vi era scritto: “Gesù il Nazareno, re dei Giudei”. Molti giudei lessero questa iscrizione (ancora titulus/títlos), poiché il luogo dove fu crocefisso Gesù era prossimo alla città. Era scritta in ebraico, in latino, in greco (19, 19–20)».

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18 agosto 2019

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