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Quella scala silenziosa

· ​Il "Compianto sul Cristo morto" del Beato Angelico esposto a Torino ·

La scena del Compianto sul Cristo morto, tempera su tavola dipinta dal Beato Angelico tra il 1436 e il 1441, viene esposta al Museo Diocesano di Torino dal 16 aprile al 30 giugno, in corrispondenza con l’ostensione della sacra Sindone. La scena è dominata da una grande croce ben levigata che pare appena uscita dalla bottega di un falegname fiorentino. Sotto questo albero spoglio, una forca trasformata da simbolo d’infamia in ancora di salvezza, un popolo di santi e beati, con grande prevalenza femminile, si raccoglie a pregare davanti al Figlio di Dio deposto dalla croce. Quel Dio che prima del peccato comunicava con Adamo ed Eva sotto l’albero della conoscenza del bene e del male. 

Dopo la disobbedienza quel dialogo si è interrotto. E oggi si ricompone davanti al Figlio di Dio che ha dato tutto per noi fino alla morte. Due icone dunque dominano il pellegrinaggio torinese. Il misterioso volto dell’uomo della Sindone, prima di tutto. E poi il corpo luminosissimo e il volto silenzioso e ricco di fede del Cristo deposto dipinto dall’Angelico. La comunione con Dio si è ricomposta. Volto e corpo “dato per tutti”, oggi come ieri.
Offerto anche ai condannati a morte che nel Quattrocento uscivano dalle mura di Firenze all’alba e, dopo aver ricevuto l’eucarestia, venivano accompagnati al patibolo. Il Compianto è stato infatti dipinto dall’Angelico su incarico della Compagnia della Santa Croce, una delle tante confraternite laicali che accompagnavano i condannati a morte con il conforto dei sacramenti e della carità cristiana. E questa tavola dell’Angelico era l’ultima immagine che essi guardavano prima del supplizio.
Dietro la croce, appoggiata al braccio orizzontale (patibulum), Angelico dipinge in ombra e con precisione una scala e, dietro di essa, lo scorcio delle mura di Firenze con la porta della giustizia da cui uscivano appunto i condannati. La scala è stata lasciata lì dal pittore, silenziosa, a ricordare il momento della deposizione, quando Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo calarono a terra il corpo inerte di Gesù. Ai lati del braccio orizzontale i chiodi sono stati meticolosamente rimessi al loro posto, esposti, mentre da essi sgorgano piccoli rivoli di sangue vivo sul legno. L’insieme fa pensare al clima metafisico della pittura di certi autori moderni come Giorgio De Chirico: per esempio le sue Piazze d’Italia. Ma soprattutto ai silenzi della grande pittura di Piero della Francesca, che una decina d’anni dopo il Compianto dell’Angelico dipingerà, ad Arezzo, le Storie della Vera Croce, utilizzando una tipologia di croce simile a questa dell’Angelico. L’insieme di croce, chiodi, scala e fondo di mura cittadine infine costituisce un perfetto still-life religioso, in cui il pittore ci invita a contemplare gli “strumenti della Passione”.
Rispetto alla drammaticità della Deposizione dipinta qualche anno prima dallo stesso Angelico per la chiesa della Trinità, nel suo Compianto esposto a Torino il dramma sacro — affrontato con toni più accesi da pittori come Giotto e Duccio da Buoninsegna — trova qui un suo equilibrio emotivo, si stempera e si trasforma in una sacra rappresentazione dominata dall’immobilità e dal silenzio dei presenti che non gridano ma pregano con le mani aperte, chiuse sul petto, oppure unite in preghiera.  

di Alfredo Tradigo

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19 agosto 2019

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