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La ragazza dai lunghi capelli neri compie vent’anni

· «The Ring» e gli horror che hanno segnato una svolta nella storia del cinema ·

Un uomo si affaccia su un’apertura circolare. Una donna si pettina guardandosi allo specchio. Persone si dimenano in terra in seguito a qualche calamità. Una figura col volto coperto indica qualcosa. E infine un pozzo, al centro di un bosco. Oltre che a dir poco enigmatiche, le immagini sono in bianco e nero, sgranate e soprattutto disturbate come solo potevano esserlo quelle di una videocassetta usurata. Chi avrà la sventura di guardare questo video, riceverà immediatamente una telefonata. Dall’altro capo, qualcuno lo informerà che da quel momento gli rimane una settimana di vita esatta. A meno che non duplichi il filmato e lo ceda a qualcun altro, in una specie di catena di sant’Antonio in negativo. 

Una scena da «Ringu»

Il pubblico occidentale verrà a conoscenza di questa storia soltanto nel 2002, quando nelle sale americane uscirà The ring, diretto da Gore Verbinski. Per quello giapponese, invece, non è una novità già da qualche anno. Alla base di tutto c’è un romanzo abbastanza modesto del 1991, si chiama Ringu ed è firmato da Koji Suzuki. Una prima trasposizione del 1995, televisiva, è narrativamente fedele ma per il resto pessima. Quella cinematografica uscirà il 31 gennaio 1998, e segnerà al contrario una data importante nella storia del cinema horror. Il film, diretto con mano solida e sensibile da Hideo Nakata, cambia infatti le regole vigenti nel genere almeno da trent’anni. In particolare spazza via tutto l’armamentario esplicito e convulso dell’horror americano per un tipo di terrore più rarefatto e soffuso. Ma soprattutto, presenta al pubblico una nuova, strepitosa icona: Sadako, il terribile demone di una ragazza che gli incauti spettatori del video maledetto vedranno prima uscire dal pozzo nel quale era stata brutalmente gettata, quindi avvicinarsi minacciosamente allo schermo, e infine uscire dal televisore strisciando per terra. Una delle immagini più agghiaccianti e memorabili di sempre.
L’enorme successo del film dà vita a due sequel alternativi, a un prequel e due remake: quello di Verbinski e un altro sudcoreano. Ma soprattutto, a una serie infinita di epigoni che coinvolgono l’intero cinema orientale, lasciando di nuovo a quello americano i corrispettivi remake, regolarmente inferiori agli originali. Se nella maggior parte dei casi si tratta di prodotti ampiamente trascurabili, alcuni titoli si avvicinano al livello del capostipite. Da ricordare sono almeno Pulse (Kairo, Kiyoshi Kurosawa, 2001), Two sisters (Janghwa, Hongryeon, Kim Ji-woon, 2003), Dark Water (Honogurai mizo no soko kara, 2002) dello stesso Nakata. Ma l’unico a bissare il successo di Ringu, dando vita a una nuova saga, è Ju-on (Takashi Shimizu, 2002, preceduto da un’ottima versione televisiva del 2000), che proporrà una variante di Sadako, Kayako, spettro annidato nella soffitta di una casa teatro di un vecchio delitto. Anche per la loro somiglianza — stesso abito bianco, stesse movenze disarticolate — le due, in coppia, diventeranno le beniamine del pubblico nipponico, protagoniste non solo di un assurdo cross-over, Sadako vs Kayako (2006), ma anche di ironici spot pubblicitari e spassosi siparietti umoristici durante eventi sportivi.
Rispetto alla sua collega di spaventi, in fondo un semplice fantasma, Sadako ha però dalla sua due elementi particolarmente suggestivi. Il primo è il fatto che il suo volto non si vede mai, coperto com’è per intero da una lunghissima chioma corvina e liscissima che le conferisce un fondamentale aspetto astratto. Il secondo è il cortocircuito fra una dimensione ancestrale e una assolutamente moderna, ovvero fra la maledizione alla base della sua storia e la tecnologia attraverso cui si propaga. L’uso del vhs, poi, rende da una parte questa tecnologia già obsoleta, ma conferisce ai momenti clou del film quella tensione fra visibile e invisibile che da sempre alimenta gli spaventi più raffinati ed efficaci del cinema horror, e che di lì a poco sarebbero stati compromessi dall’arrivo del digitale.

di Emilio Ranzato

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26 maggio 2018

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