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Quella prigione che è dentro di noi

· ​Un’installazione artistica realizzata dalle detenute del carcere di Taranto ·

«Cella di isolamento» scandisce l’uomo in divisa mentre chiude la porta blindata. Due giri di chiave e si rimane soli. La finestra è troppo alta per vedere cosa succede fuori, ma la luce che filtra dalla grata basta a evitare di sbattere contro la branda e il tavolino. Il resto è buio. Silenzio. Intorno e dentro di sé.

Benvenuti nell’«Altra città», l’installazione artistica ed esperienziale realizzata da alcune detenute del carcere di Taranto. La prigione, vista dal parcheggio del centro commerciale che sta di fronte, sembra un pezzo di periferia, tra prati abbandonati e cemento. Ma dentro non c’è quello che ci si aspetta.

Il corridoio  con le foto segnaletiche dei detenuti

È davvero un’altra la città che le detenute raccontano. Lontana anni luce da quella vista al cinema o in televisione. Non nasconde che tra i suoi abitanti c’è chi ha ucciso, rubato, spacciato, ma ricorda pure che quelle stesse persone sono lì a scontare la pena per quello che hanno commesso o ad aspettare di conoscere quanto sarà salato il loro conto con la giustizia. Il luogo della punizione diventa metafora di un percorso esistenziale che dalla presa di coscienza delle proprie colpe può portare al recupero e al riscatto.
Ideata da Giovanni Lamarca, comandante della locale polizia penitenziaria animato dalla forte convinzione che il carcere debba essere luogo di rieducazione come la Costituzione della Repubblica italiana stabilisce, l’installazione è stata allestita in un’ala fino a poco tempo fa inutilizzata della sezione femminile. I visitatori entrano uno alla volta. Da soli. Perché l’esperienza è individuale: una discesa agli inferi. Anche quelli del proprio io.
Si comincia percorrendo un lungo corridoio dove, per avanzare, bisogna farsi largo tra il dolore. Quello di chi sta dentro, rappresentato dalle foto segnaletiche dei detenuti che pendono ad altezza d’uomo dal soffitto, e quello di chi sta fuori, richiamato da un tappeto fatto con le fotocopie delle carte d’identità che i familiari devono esibire ogni volta che chiedono un colloquio. Perché non è poi sempre vero che le colpe di un padre, di una madre, di un marito o di un figlio non ricadano anche su chi continua a volergli bene.
La prima “stazione” è all’ufficio matricola. Dichiarazione delle generalità, foto di fronte e di profilo, impronte digitali. E la rabbia di vedere tutta la propria vita ridursi a un mucchio di carte accatastate insieme a tante altre. Poi, scortati, si entra nella cella dei “nuovi giunti”. Sui muri scritte e disegni colorati, pensieri confusi, messaggi lasciati da chi ha già imparato cosa vuol dire perdere la libertà.
La seconda è la cella ordinaria. Qui si aspetta. Si aspetta che il giudice emetta la sentenza (al 31 luglio 2015 in Italia i detenuti erano 52.000, il 16 per cento dei quali in attesa di giudizio). E che passino i giorni, i mesi, gli anni fino al momento di tornare a casa, a una “normalità” che non sarà più quella di un fornello da campeggio dove riscaldare il caffè o di un posacenere scolpito in una saponetta.
Altri tre minuti, tanto dura la sosta in ogni cella, e la porta si riapre. Trasferimento in isolamento. Le pareti sono dipinte di nero, il colore della disperazione che prende quando la reclusione diventa insopportabile: si pensa a ciò che si è commesso, alle vittime, a quanto si è sprecato della propria vita e l’unica via d’uscita sembra essere talvolta solo quella di farla finita. Un male oscuro che non colpisce solo i detenuti (nel 2015 sono stati 42 i casi di suicidio) ma anche gli agenti della polizia penitenziaria (100 negli ultimi dieci anni).
Il percorso si conclude nella cella dei dimittendi, l’anticamera verso una libertà riconquistata. La luce è azzurra, il colore che nei mandala tibetani esprime il superamento del turbinio delle passioni. I cartoncini colorati attaccati alle pareti hanno la forma di farfalle perché il ciclo della metamorfosi si è compiuto. Sul tavolo, una clessidra a ricordare quanto possa essere diversa la percezione del tempo quando si sta rinchiusi dentro una prigione.
Sono suggestioni forti. «L’altra città» le propone usando il linguaggio della creazione artistica. Parlando alla mente con il lessico del cuore. Quello che le detenute hanno imparato a conoscere e a usare sotto la guida del maestro d’arte tarantino Giulio De Mitri, che ha tenuto il laboratorio artistico e didattico, e insieme con la sociologa Anna Paola Lacatena che ha animato una serie di incontri di riflessione e autocoscienza. «Si sono impegnate con entusiasmo» racconta. «L’hanno fatto per se stesse, per gli altri, per uscire dalla cella e mettere un punto su una parete. Una parola, una frase, un’emozione. Tempo strappato alla noia e al nulla di una branda».
Non bisogna entrare con le manette ai polsi per lasciarsi coinvolgere. Anzi, svincolato dal ruolo canonico di spettatore, il visitatore diventa egli stesso, attraverso le proprie azioni ed emozioni, parte costitutiva dell’installazione. Un processo che ha suscitato l’interesse dello studioso e critico Achille Bonito Oliva tanto da portarlo ad assumere, insieme con Giovanni Lamarca, la cura del progetto. «La parte che più mi sta a cuore — ha dichiarato alla vigilia della presentazione — è proprio il fatto di stimolare una diversa esperienza nello spettatore, che non guarda la mostra a una distanza platonica, ma è completamente coinvolto nello spazio: la mostra diventa un esercizio violento, anche spirituale, di sottrazione dello spettatore al mondo che lo circonda per immergersi nel silenzio della cella. Entra in una diversa lettura del tempo e dello spazio: inedita, minuziosa, capillare, attenta al dettaglio. Da qui, credo, può venir fuori una nuova regola dello sguardo e una nuova percezione».
Se a Roma la mostra «Please come back. Il mondo come prigione?» ha permesso di riflettere sulle tematiche della detenzione e del controllo nella società contemporanea, portando nelle sale del Maxxi le opere di ventisei artisti di tutto il mondo, a Taranto è il carcere stesso che si fa opera d’arte dalla forte valenza sociale. Dove l’esperienza diretta della vita ristretta diventa pretesto non solo per richiamare l’attenzione sulla questione carceraria, ma ancor più per proporre e avviare un processo autobiografico sulle proprie, personali prigioni.
Non a caso all’inizio del percorso, viene fatta firmare una liberatoria nella quale — con tono dantesco — si chiede al visitatore di rinunciare, per il tempo dell’esperienza, alla propria libertà. Gli sarà restituita all’uscita ma, si precisa, non è detto che sarà più la stessa.

di Piero Di Domenicantonio

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23 agosto 2019

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