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Quella “porta stretta”
aperta sull’infinito

· Il vangelo della XXI domenica del tempo ordinario ·

Il desiderio più profondo di ogni uomo è quello di essere felice, felicità che assume forme diverse, dal benessere economico alla salute, dalla serenità interiore alla pace con le altre persone. Tuttavia, questa aspirazione rimane sempre insoddisfatta perché l’esperienza insegna che da solo l’essere umano non è in grado di raggiungerla da sé. Infatti, né la scienza, né la tecnica e neanche il potere sono in grado di soddisfare questa sete di vita, perché Dio ci ha creato per vivere con lui. Infatti, solo la comunione con Dio dona la quiete al cuore dell’uomo e salva la vita dal non senso. Ma come si ottiene la salvezza? È questa la domanda che ogni discepolo pone a Gesù, proprio come facevano i contemporanei del rabbi di Nazaret, a cominciare dal tale di cui parla il vangelo odierno (Lc 13,23) e dall’uomo che domandò al Maestro cosa dovesse fare per avere la vita eterna (cfr Mc 10,17).

La risposta di Gesù spiazza il richiedente: la salvezza non si ottiene facendo qualcosa ma ponendosi alla sua sequela, perché la salvezza è egli stesso. Tutto ciò viene descritto con l’immagine dell’entrare per la porta stretta, quella porta attraverso cui bisogna passare per avere la vita (cfr Gv 10,9). Per questo la salvezza non si ottiene attraverso la partecipazione a riti religiosi o nell’accoglienza formale dell’insegnamento del Maestro, come Gesù spiega al suo interlocutore (Lc 13,26). Al contrario serve entrare in una relazione di amicizia, dove si impara a volere quello che Cristo vuole, conformando giorno dopo giorno la propria vita alla sua, facendo diventare storia concreta il Vangelo e non relegandolo a una semplice parola o a un buon proposito.

Infatti, la tentazione più grande per ogni discepolo, come ha scritto il Santo Padre in Gaudete et exsultate, è quella «di trasformare l’esperienza cristiana in un insieme di elucubrazioni mentali che finiscono per allontanarci dalla freschezza del Vangelo». Per questo se la partecipazione all’Eucaristia non si prolunga nella vita di tutti i giorni con un’esistenza che testimonia un amore fino alla fine riflesso di quello del Maestro, se l’ascolto della Parola non si traduce in un’obbedienza filiale, il discepolo si illude di avere incontrato il Salvatore.

La salvezza, dunque, non la si ottiene rimanendo seduti, immobili nelle proprie convinzioni, certi di avere raggiunto la maturità nella fede, ma al contrario alzandosi quotidianamente per varcare la Porta. Una Porta stretta, perché il Vangelo è esigente, ma che in realtà si apre sull’infinito: Dio, uno e Trino, che dona alla vita un nuovo senso.

di Nicola Filippi

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20 settembre 2019

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