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Quella notte del 1944

· Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII ·

E il sostituto si precipitò dal direttore dei Musei vaticani

Tra le carte di Antonio Nogara (1918-2014)— figlio di Bartolomeo, che fu direttore dei Musei vaticani dal 1920 fino alla morte nel 1954, e di Maria Albani, insegnante e traduttrice — il cugino Bernardino Osio ha ritrovato uno scritto inedito datato 11 marzo 2013. Il testo, che pubblichiamo per intero con lievi ritocchi formali, aggiunge un’importante testimonianza di prima mano sul progettato sequestro di Pio XII da parte dei nazisti durante il terribile inverno dell’occupazione di Roma.

Nella Roma “città aperta” del 1943 e 1944 il linguaggio corrente annoverava, con molta frequenza, le parole allontanarsi, eclissarsi, imbucarsi, nascondersi, scappare, scomparire, con riferimento alle persone, e celare, mascherare, mimetizzare, occultare, rispetto alle cose; parole tutte in contrapposizione ad arresti, deportazioni, razzie, retate, requisizioni, sequestri, termini rivelatori dell’allora travagliata situazione.

Pur con l’afflusso di profughi in cerca di assistenza e rifugio, la sovrappopolata Urbe appariva quasi deserta. Pressoché totalmente aboliti passeggi, ricevimenti, intrattenimenti in genere; le “sortite”, talvolta ai limiti dell’avventura, erano destinate alla ricerca dello stretto necessario da reperire il più possibile vicino, percorrendo preferibilmente vicoli, stradine, piazzette ove contiguità di negozi, portoni e svincoli offrivano maggiori possibilità di occultarsi o vie di fuga.

A sera tutti a casa, intorno a gracchianti radio, di limitate e disturbate ricezioni, col volume al minimo, in cerca di informazioni, o impegnati, con familiari e condomini, in prolungate partite a briscola, scopa e giochi simili, ma sempre con le orecchie tese ad avvertire il pericolo incombente nel rumore sospetto del passo cadenzato di una ronda, un secco comando militare, il rumore di un veicolo, uno sparo…

Gli assembramenti indispensabili per ragioni vitali, lesti a dissolversi al primo segnale di allarme, si formavano a ridosso delle mense pubbliche, delle parrocchie elargitrici di razioni provviste dal Vicariato e dal Circolo di San Pietro, che grazie alla generosità della Società Generale Immobiliare e ai suoi camion protetti dalle bandiere vaticane — alcuni vennero anche mitragliati con vittime fra gli autisti — venivano reperite nell’Italia centrale (Umbria e Toscana).

Nell’attesa dei turni, l’anonimato e l’occasionalità degli incontri favorivano l’intreccio di banali, guardinghe conversazioni di circostanza nelle quali la comune forzata sopportazione trovava momenti di sfogo con interiezioni nelle quali l’iperbole sarcastica mascherava spesso la protesta. Tra tante riportatemi mi colpì allora quella di un tale che, raccontando di aver assistito a sistematiche retate e sparizioni di parenti e conoscenti, azzardò, in tono sornione, «ci manca solo che qui si portino via anche il Papa!». L’espressione, al limite dell’immaginabile, avrebbe trovato il voluto effetto pure con riferimento al Cupolone o al Colosseo, ma con l’allusione al Pontefice raggiungeva la massima efficacia, come una maledizione tra dolore, umiliazione, sgomento, risvegliando nel subcosciente, credente o non credente, l’angosciosa domanda: ma che ne sarebbe di Roma senza il Papa, centro della cristianità?

L’incalzare degli avvenimenti non mi distolse dal ricordo di quella battuta, scaturita ingenuamente come effusione in un momento di stizza, ma non tanto inverosimile né del tutto infondata. A distanza di poche settimane la sorte me ne avrebbe inaspettatamente data personale prova.

Nel 1921 in considerazione dei molteplici incarichi affidati, oltre alla direzione generale dei Musei, il Pontefice Benedetto xv concesse a mio padre Bartolomeo, privilegio ambito ed eccezionale per un laico sposato con prole, l’abitazione nei Sacri Palazzi apostolici che, con i Musei, la Biblioteca, l’Archivio e una limitata parte degli attuali giardini, completavano territorialmente il Vaticano, prima del concordato e del trattato del Laterano del 1929. Pur con le migliori disposizioni da parte degli uffici competenti, la ristrettezza degli spazi rendeva difficile il reperimento dei locali idonei a uso abitativo familiare e, dopo vari mesi di ricerche, l’assegnazione cadde su un gruppo di sale dismesse dalla Segreteria dei Brevi, affacciate con due ampie vetrate sul centro del braccio centrale della Terza loggia, con un retro di camere e corridoi prospicienti il cortile del Triangolo. L’accesso era a fianco dell’ascensore, allora ad acqua, che serviva anche le altre logge del cortile di San Damaso.

Quando la Segreteria di Stato era chiusa, la deserta Terza loggia diveniva un ideale ambulacro con vista su Roma, da percorrere da un capo all’altro col bello e col brutto tempo. I miei genitori ne approfittavano la sera dopo pranzo; spesso li raggiungevo e più volte li trovavo mentre conversavano con monsignor Giovanni Battista Montini che incontravano mentre usciva, abbondantemente fuori orario, dalla Segreteria di Stato per ritornare alla sua abitazione situata sul retro della Prima loggia, a poca distanza dall’appartamento Borgia.

I contatti per motivi di ufficio di mio padre con monsignor Montini erano pressoché giornalieri e i ripetuti incontri serali, divenuti abituali negli anni, avevano dato un’impronta di familiarità anche ai rapporti con mia madre e con me. A parte l’ora — saranno state le ventitré — non provai quindi particolare sorpresa, quando a sera inoltrata in pieno inverno del 1944, tra fine gennaio e i primi di febbraio, avendo sentito suonare il campanello all’ingresso, mi trovai di fronte monsignor Montini che, entrando velocemente e chiudendo immediatamente la porta alle sue spalle, mi disse di «dover» incontrare urgentemente «il professore».

Imbarazzato di trovarmi già in vestaglia e pantofole, lo pregai di accomodarsi nello studio-biblioteca e corsi da mio padre che già era a letto sotto un paio di coperte pesanti, papalina in testa e piumino sui piedi. Il riscaldamento era stato abolito per mancanza di carbone e per rispetto ai sacrifici imposti dalle circostanze ai romani; la stanza, esposta a nord, era particolarmente fredda.

Con i tempi che correvano, sorpreso ma non contrariato tenuto conto dell’urgenza manifestata da un personaggio di nota discrezione, mio padre si rivestì rapidamente. Non ricordo come intrattenni l’illustre ospite finché, più presto del previsto, comparve mio padre e, dopo un breve conciliabolo riservato fra i due, essi uscirono frettolosamente: mio padre imbacuccato con in mano il pesante mazzo delle chiavi del Museo e della Biblioteca, monsignor Montini con una torcia elettrica che aveva depositato su una cassapanca all’ingresso, torcia del tipo di quelle in dotazione dei pompieri per le ronde notturne.

Preoccupato per la salute di mio padre più che per i motivi dell’escursione che aveva per evidente oggetto i musei, attesi con mia madre il ritorno che avvenne dopo quasi tre ore. Mio padre, che apparve molto provato e infreddolito, laconicamente ci rassicurò e, rinviando il resoconto a ore migliori, si mise decisamente a letto con aria preoccupata.

Solo nel pomeriggio seguente, con raccomandazioni di assoluta segretezza, mio padre ci svelò che l’ambasciatore del Regno Unito sir Francis d’Arcy Osborne e l’incaricato d’Affari degli Stati Uniti Harold Tittmann avevano congiuntamente avvertito monsignor Montini di aver avuto notizia, da parte dei rispettivi servizi militari di informazione, di un avanzato piano dell’Alto Comando tedesco per la cattura e deportazione del Santo Padre col pretesto di porlo in sicurezza «sotto l’alta protezione» del Führer. Nel qual caso, ritenuto imminente, le forze alleate sarebbero immediatamente intervenute per bloccare l’operazione, anche con sbarchi a nord di Roma e lancio di paracadutisti. Occorreva pertanto apprestare subito un rifugio segreto ove rendere irreperibile il Santo Padre per il tempo strettamente necessario, due o tre giorni, all’intervento militare.

Queste in sintesi la sostanza e la portata del passo diplomatico anglo-americano, confidenzialmente esposte da monsignor Montini a mio padre come drammatico movente eccezionale dell’escursione notturna, naturalmente da mantenersi segreta. Con questo scopo, sempre secondo il resoconto di mio padre, iniziò quella notte la ricerca, dalla Galleria lapidaria alla scala del Bramante e, da lì, nei locali della vecchia Direzione dei musei e annessi, intorno al Nicchione, al cortile Ottagono sino al cortile della Pigna, non trascurando ambienti minori adibiti a depositi, ripostigli, spogliatoi, eventualmente da adattare; ma purtroppo la ricerca relativa a questi locali diede esito negativo.

Escludendo a priori per troppa visibilità la Pinacoteca e il fabbricato inerente al nuovo ingresso, parzialmente abitato, ed escludendo i magazzini dei Marmi strutturalmente inabitabili, si imponeva una sosta. La ricerca, sino a quel momento deludente, venne estesa alla Biblioteca che, non presentando soluzioni interne, suggerì tuttavia a mio padre, per avervi lavorato oltre dieci anni quale “scrittore” agli inizi del secolo, l’idea di visitare anche la contigua Torre dei Venti e la visita confermò le aspettative.

Il massiccio ed elegante torrione, in stato di semiabbandono, si rivelò il contenitore di un intrico di vani, corridoi, scale e scalette, un minilabirinto, in ubicazione favorevole per un tragitto coperto e di breve durata da percorrere. Monsignor Montini ne parve convinto per quindi concludere la galoppata straordinaria e tornare a casa.

Non vi è dubbio che di galoppata si fosse trattato per il ritmo di marcia che monsignor Montini aveva impresso nella foga della ricerca, retto bene da mio padre che contava trent’anni di età più di Montini [Bartolomeo Nogara aveva allora quasi 76 anni, Montini 46]. Mio padre ricordava anche come l’illustre compagno di galoppata, pur nell’angoscia della ricerca, manifestasse ogni tanto brevi commenti per le bellezze d’arte suggestive intraviste, a sprazzi di luce, nella rapida ricerca. Quanto alla definitiva scelta del rifugio mio padre aveva la sua personale convinzione sulle improbabilità del caso di ricorrervi, trattandosi di un espediente precario, di sicurezza relativa e di validità temporale molto ridotta. E aveva proposto a monsignor Montini anche un piano alternativo di riserva, e cioè di estendere la ricerca anche alla basilica di San Pietro, con annessi e connessi, sotterranei compresi, come sede forse più sicura nella deprecata ipotesi di sequestro del Santo Padre. Mio padre concluse il resoconto, fissandoci amorevolmente, con la frase «Dio ci aiuti», invocazione che era anche un invito: «non chiedetemi altro».

Seguì un lungo silenzio, mia madre annichilita tra incredulità e sgomento, io stupito dell’improvvisa piega degli avvenimenti che richiedevano l’immediata ricerca di soluzioni certamente a elevato rischio personale, anche per gli amici che avevamo aiutato a nascondersi in Vaticano e che non volevamo abbandonare. Oltre all’umiliante infelice sorte del Santo Padre cui ci legavano affetto e devozione, incombeva l’opprimente pensiero che una visita delle ss non avrebbe giovato a nessuno, rifugiati ebrei e non ebrei, con le possibili ritorsioni sui residenti ecclesiastici e laici. In questa spasmodica quanto vana attesa di confortanti sviluppi del fronte di Anzio trascorsero alcune settimane agitate, anche per un susseguirsi di informazioni contrastanti provenienti da varie fonti, anche autorevoli.

Ricordo quindi come giorno di grande sollievo quello nel quale mio padre, ritornando a casa, dopo una delle pressoché quotidiane visite in Segreteria di Stato, ci confidò che il piano di Hitler era già da tempo a conoscenza del Vaticano, che era stato allertato da riservate indiscrezioni tedesche di persone ostili al piano in questione. La stessa ambasciata di Germania avrebbe evidenziato a Berlino gli inevitabili riflessi negativi nelle popolazioni cattoliche, anche dei vari paesi neutrali. La temuta folle operazione non sarebbe avvenuta grazie alle prese di posizione interne delle autorità diplomatiche tedesche a Roma. È certo comunque che le apprensioni per l’incolumità del Pontefice trovarono fine solo dopo l’abbandono di Roma da parte dell’esercito tedesco.

La pacifica soluzione della vicenda non dissipò alcune perplessità che l’accompagnarono e che, trattandone, non possiamo trascurare. È fuori dubbio che le informazioni portate dai due ambasciatori alleati fossero di gravità tale, anche rispetto a quanto già a conoscenza, da indurre monsignor Montini ad attivarsi immediatamente per affrontare subito un’improvvisa emergenza. È altrettanto impensabile che monsignor Montini non rendesse immediatamente edotto del passo diplomatico il cardinale Luigi Maglione, allora segretario di Stato, senza escludere più estese e alte consultazioni. L’intervallo di circa quattro ore, tra il congedo dei due ambasciatori e la solitaria intrusione-visita all’abitazione di Bartolomeo Nogara, troverebbe spiegazione in queste previe consultazioni interne nella Segreteria di Stato. L’assicurazione dell’immediato intervento che nel giro di pochissimi giorni avrebbe liberato il Pontefice fecero senza dubbio affiorare motivi di incertezza e scetticismi per il brevissimo tempo prospettato per l’intervento militare come sulla possibilità di contrastare gli eventuali incursori tedeschi che, certamente ben addestrati e preparati allo scopo, avrebbero agito a colpo sicuro nel termine di mezz’ora o poco più.

Antonio Nogara con il Pontefice (10 gennaio 2014)

A distanza di qualche tempo, riparlando della escursione notturna con i dubbi che l’accompagnarono, mio padre manifestò il convincimento che nella circostanza monsignor Montini, indipendentemente da personali valutazioni, assolvesse a un atto dovuto, con lo scrupolo e lo zelo a lui connaturati. Nella situazione drammatica di quei mesi la denuncia congiunta degli ambasciatori delle due maggiori potenze alleate non poteva in alcun modo essere disattesa. Fortunatamente l’esecrabile evento fu scongiurato risparmiando alla storia pagine più dolorose di quelle già registrate in quei tempi. Ritengo oggi pressoché condivisa da tutti la convinzione espressa da mio padre che Pio xii, per l’alto senso di dignità, per il carattere forte dimostrato in varie circostanze, per l’alto senso di onore che sempre accompagnò il suo magistero, mai avrebbe ammesso compromessi barattando la propria incolumità con soluzioni incompatibili, pur in minima parte, col decoro e il prestigio del Pontefice e della Chiesa.

La riesumazione di ricordi di quel periodo intensamente vissuto mi risveglia ancora sopite emozioni come quella delle ampie vetrate della Terza loggia che tremavano al rombo cadenzato delle cannonate del fronte, ormai vicino ai Castelli romani, annuncio dei tempi nuovi che avrebbero presto bussato alla porta.

di Antonio Nogara

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