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Quella notte a Dacca

Salutando Papa Francesco all’inizio della messa nel Suhrawardy Udyan Park di Dhaka, il cardinale arcivescovo Patrick D’Rozario ha ricordato la visita compiuta da Paolo VI nel 1970, la prima di un Pontefice. Una sosta breve e non programmata, in quello che era allora il Pakistan orientale. Voluta da Montini, prima di raggiungere Manila, per esprimere solidarietà alle vittime di una disastrosa alluvione. 

«Non vengo col prestigio della ricchezza — disse il Papa — né con la potenza dei mezzi tecnici; apprezzo, certo, ed incoraggio i governi e i popoli che, nel mondo intero, si sono nobilmente mossi per venire in vostro soccorso. La mia partecipazione, tuttavia, viene dal cuore, perché credo fermamente che noi siamo figli della stessa famiglia umana».

Paolo vi dai microfoni di Radio Dacca il 26 novembre 1970

Un milione di morti. Nella notte umida e stellata, ci aggiriamo per l’aeroporto di Dacca, saettato dalle luci dei grandi fari che hanno guidato l’atterraggio dell’aereo di Paolo VI, e queste atroci parole ci vengono sussurrate da un religioso pakistano al quale, appena sbarcati, avevamo chiesto quelle si supponeva essere il numero esatto delle vittime del ciclone nelle isole del Bengala. Un milione di morti: gli abitanti del Pakistan orientale si sa che sono 65 milioni, su un territorio tra i più intensamente popolati della terra, così come è tra i più poveri; ed alcune isole sono state spazzate letteralmente dal diluvio. Ma le vittime non sarebbero state tante se, per tragica coincidenza, non fossero affluite sulla costa le popolazioni dell’interno per la raccolta del riso che quest’anno era prodigiosamente abbondante.
Guardiamo nel volto il nostro interlocutore, osserviamo il rapido avvicendarsi di personaggi intorno, e cerchiamo di capire quale stato di animo regni tra queste genti tanto provate dall’inverosimile flagello. C’è, come sempre in Oriente, la compostezza umile e la rassegnazione paziente anche sotto il flagello del dolore, e la disposizione ad affrontare le situazioni più disperate, frutto forse dell’atavica eredità di miserie e di fatiche, in questa terra sempre instabile per la periodica turbolenza degli elementi: un senso di religioso affidamento suppone un fine ed una assistenza superiore anche nelle peggiori delle calamità.
Così questo popolo si sente ora particolarmente debitore a chi gli ha espresso solidarietà e vicinanza in questi giorni terribili; e in questa notte del 26 novembre ha accolto con segni di infinita riconoscenza la visita di Paolo VI.
La venuta del Papa, imprevista fino a ieri, e forse imprevedibile al giudizio comune, ha trovato la più commossa e perfetta accoglienza. Quando Paolo VI ha disceso la scaletta del grande aereo dell’Alitalia, ha trovato ad accoglierlo, con un gruppo di personaggi, il Presidente della Repubblica pakistana, Mohammad Yahya Khan, il quale, ripartito da due giorni, dopo la visita per orientare i soccorsi, è tornato anche egli inatteso, ripercorrendo in aereo i duemila chilometri che dividono il Pakistan occidentale da quello orientale. Il Santo Padre è stato subito circondato dal ristretto gruppo delle autorità e intorno al collo gli sono state avvolte le ghirlande rituali, espressione di quella gentilezza di sentimenti e di riti che caratterizza questi popoli. Nessuna solennità di schieramenti, nessuna bardatura di forze, tutto, in questo aeroporto avvolto di tenebre, sotto un cielo palpitante di stelle, che solo i fari laceravano con il loro bagliore e che gli edifici facevano debolmente albeggiare, era austerità e commozione, solennità e naturalezza,
Nella penombra si scorgeva sulle terrazze dell’aeroporto una folla variopinta: seppimo poi che questa folla era da cinque o sei ore in attesa.
Su una lunga balconata vi erano molti ragazzi di scuole cattoliche. Religiosi e suore di diversi ordini religiosi erano un po’ ovunque. Le acclamazioni al Papa si levavano di continuo. Ed erano le due di notte.

di Raimondo Manzini

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27 maggio 2019

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