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Quella musica natalizia
mai scritta

· Il dramma della notte santa ·

«Accolgo con gioia l’invito a scrivere un indirizzo di presentazione all’ultima pubblicazione del maestro Sergio Militello, per alcuni anni organista a Santa Marta e attualmente docente alla Pontificia Università Gregoriana» scrive papa Francesco nella presentazione al libro Domenico Zipoli (1688-1726) Il sogno musicale di un Paradiso in Terra (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2018, pagine 250). «Si tratta — continua il pontefice — di un giovane missionario che, attraverso il dono della musica, coltivata con passione ed entusiasmo, ha compiuto una meravigliosa opera di evangelizzazione, ancora oggi ricordata. Il compositore Domenico Zipoli visse gli ultimi anni della sua breve esistenza quale novizio della Compagnia di Gesù nella città di Córdoba, località alla quale sono legato per essere stato direttore spirituale e confessore per alcuni anni del mio ministero».

Tra le feste più importanti di tutto l’anno, la musica natalizia diventa la protagonista del periodo di Natale, come “luogo” più manifestativo. Scrive un autore: «Allegre o malinconiche, ritmate o commoventi, intonate da artisti famosi o da cori di voci bianche, le canzoni di Natale con la loro melodia inconfondibile contribuiscono a creare la magia delle feste». Proprio a partire da questa o simili affermazioni, vorrei offrire con queste brevi righe qualche spunto per una provocante riflessione.

La tradizione colta, in genere, ha trasmesso nei canti e nelle musiche natalizie i sentimenti della gioia per la nascita del Messia atteso, anche con stilemi trionfanti fino a divenire retorica comune una tale “ripresentazione” del Natale. È la gioia, infatti, a invadere l’universo per la nascita del Figlio di Dio, di cui tutta la creazione si rallegra.

Andrea del Sarto«La Madonna del sacco» (1525)

Tuttavia l’umiliazione dell’assunzione di una carne mortale da parte del Verbo divino (cfr. Filippesi 2, 7-8) non ha sempre trovato nella creatività musicale momenti altamente esplicativi, concentrandosi, invece, sul solo sentimento umano. Infatti, pur senza alcun determinato spirito riduzionistico, la spiritualità degli ultimi secoli ha preferito omaggiare il divino Bambino con atteggiamenti di devozione “affettuosa” nei confronti della povertà in cui si è manifestato l’evento dell’Incarnazione: si pensi al noto canto Tu scendi dalle stelle del santo vescovo de’ Liguori, che ha dato — per così dire — legittimità al genere della “ninna-nanna” quale come commento sonoro del Natale, insieme al genere della “pastorale”. Queste forme, certo non nuove ed esclusive, hanno preso il sopravvento nella meditazione del Natale sia nel ceto popolare sia nella produzione colta, come nel celebre caso della Wigenlied di Brahms ed altri.

Su tale scia, una valanga di composizioni ha continuato a sottolineare nei testi natalizi e nelle relative musiche gli “affetti” di un quadro pastorale sereno, aulico, volto a coinvolgere il sentimento e, spesso, la facile commozione.

Difficilmente, invece, si trovano nella letteratura musicale composizioni che hanno messo in evidenza e in primissimo piano il vero “dramma” dell’evento della notte santa: la risposta negativa alla richiesta di un alloggio, il rifugiarsi in una grotta di pastori senza alcun aiuto...

Eppure il dramma “umano” della santa famiglia di Nazareth è ancora presente! Esso si ripropone oggi — come lo stesso papa Francesco ha ricordato più volte — in tante coppie di profughi, con esiti anche peggiori della notte di Betlemme: anche per loro pare tuttora assente il commento sonoro della comune solidarietà operosa, dell’intervento fattivo per alleviare il peso della vita che spesso — già dal suo esordio — trova incomprensioni, indifferenze e atroce silenzio.

Nella cultura è assente la musica che sottolinea i drammatici momenti vissuti da quella giovane coppia di duemila anni fa, stremata dal lungo e difficoltoso viaggio da Nazareth a Betlemme, respinta nella sua impellente necessità di trovare un alloggio nella prospettiva del parto della Vergine Maria, umiliata e destinata dagli uomini a una possibile, concreta tragedia sfiorata.

Anziché sottolineare musicalmente il dramma, gli autori delle composizioni natalizie hanno puntato più all’espressione verso la tenerezza del Bimbo posto in una mangiatoia, nell’immaginario calore di un asino e un bue, tra inventati suoni di nenie pastorali eseguite da abili zampognari, invece che dai rozzi pastori: tutte espressioni di un sentire popolare che, ovviamente diversificate per regioni e latitudini, hanno elaborato una “tradizionale” poetica che, sebbene non tradisca il senso religioso del Natale, certo lo relativizza.

Nel contesto novecentesco e odierno di impoverimento culturale, si è pure giunti a edulcorare l’evento del Natale tramite musiche extra-liturgiche volte a creare atmosfere di “bianco” Natale tra desiderati fiocchi di neve e scambi di doni, panettoni e tavole imbandite. Sono, questi ultimi, i motivi di noti canti natalizi, quali White Christmas, Let it Snow!, e tanti altri: musiche che “fanno” Natale, quello commerciale, ma che umiliano il vero significato del Natale.

Se le ragioni storiche di quanto sopra possono essere ricondotte al sentimentalismo lirico presente nelle diverse epoche e letterature, appare evidente la posizione assunta verso il mistero del Natale nelle sue variegate raffigurazioni musicali: produzioni riassuntive di una lunga storia che ha attinto dalle parole degli evangelisti, ma che spesso si è ridotta a solo momento poetico ed estetico.

In realtà, non sono assenti gli autori (a partire dai grandi omileti della tradizione patristica) che del Natale hanno manifestato pure la concretezza e il dramma dell’evento con accenti particolari sull’umiliazione del Creatore (come non pensare all’abbondante produzione innografica orientale e occidentale?), ma nelle composizioni posteriori l’aspetto sentimentale ha preso il sopravvento.

Cantare oggi il Natale significa prendere atto delle ormai innumerevoli tragedie che avvengono nei paesi in guerra anche con bambini-soldato, nelle migrazioni forzate di profughi alla ricerca di un avvenire sicuro per i propri figli, nelle morti assurde di infanti annegati nel Mare nostrum, dei bambini che muoiono per mancanza di cibo, nei bambini mai nati.

Per tale vastità di dramma non esiste una musica natalizia adeguata che rispecchi obiettivamente le ingiustizie, liberata da sdolcineria e affettazione, per di più espressione di una festa divenuta commerciale dove lo spreco sovrabbonda e l’ipocrisia pare regnare.

Affinché questa musica non sia più assente, sarebbe opportuno un sano ritorno alle origini del Mistero, dove in quella Notte la povertà fece contrappunto con la dignità, l’accettazione del dolore con la consapevolezza del destino “nuovo” del mondo e della storia: un contrappunto musicale oggi purtroppo assente, dimenticato, o mai composto.

di Sergio Militello

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17 settembre 2019

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