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Quella matta
di suor “mamà Maria”

Suor “mamà Maria” — così è chiamata in Africa — ti guarda negli occhi e ti stringe la mano come se ti conoscesse da sempre, come se al mondo ci fossi soltanto tu. Non ha bisogno di presentazioni, non vuole sapere perché le vai incontro. Però avverti subito la sensazione di poter avere con lei la confidenza fiduciosa in una mamma che comprende tutto, che comprende sempre. C’è in un passo del Vangelo, quello del “giovane ricco”, una frase che forse non si medita mai abbastanza: «Gesù, fissatolo, lo amò». Suor Maria Concetta Esu — questo è il suo nome completo — ti spiega con i fatti quella frase. Ti guarda e senti che già ti ama. Con l’umiltà, la semplicità di un sorriso, tra una veste e un golfino bianchi e una coroncina del rosario al dito.

Suor “mamà Maria” ti saluta unendo le mani nel segno della preghiera e stringendo le tue. E cerca l’abbraccio: «vorrei conoscere davvero chi Dio mi ha messo davanti oggi» confida. E così stamani in Piazza San Pietro, qualche istante prima dell’arrivo di Papa Francesco per l’udienza, suor “mamà Maria” ha coinvolto quanti prestano servizio sul sagrato in un colloquio di famiglia: «Come ti chiami? Sei sposato? Hai figli? Quanti anni hanno? Hai tempo per loro?». È lei, in realtà, “l’intervistatrice” e ti sorprendi a confidarle, come a una mamma appunto, la tua storia. Le dico che ho una figlia, Benedetta, con la sindrome di Down: l’ho battezzata di corsa prima di un delicato intervento chirurgico appena nata e poi è sopravvissuta a un’aggressiva leucemia. Suor “mamà Maria” mi fa segno di avvicinarmi ancor di più a lei per parlarmi di amore: «Cerca di essere degno di tua figlia» dice, con un bacio sulla guancia. E poi insiste con Francesco, il mio collega di una vita, perché convinca sua figlia Beatrice, infermiera e ostetrica, a darle una mano a Zongo, nella Repubblica democratica del Congo: «Abbiamo bisogno! E poi è il lavoro più bello del mondo! Diglielo a tua figlia!».

Mi tocca interrompere questi suoi materni «colloqui sul sagrato» e insistere per sapere qualcosa in più di lei. L’intervista va portata in redazione, proprio per contribuire a far conoscere la sua storia. Ma è restìa a parlare di sé. «Non ho meriti, fa tutto la grazia di Dio» dice. Il suo accento fa sentire il profumo della Sardegna e quell’aió che le scappa ogni tanto racconta le sue radici. «Sono in Africa dal 1959, avevo 25 anni» si presenta. «Ho solo seguito il carisma della mia congregazione cioè la com-passione per i più poveri e come una matta provo a portare amore e pace alle persone che incontro, tutto qui». Tutto qui? Facciamo parlare i numeri. Fino al 2014 ha tenuto il conto dei piccoli che ha fatto nascere: 33.777. Poi ha lasciato perdere le statistiche. «Ma il mio primo approccio — spiega — è con la mamma a cui sto vicino da quando la incontro a... aió, il legame non si spezza mai».

«Non c’è gioia più grande — lo dica Francesco a sua figlia Beatrice — di fare l’ostetrica, almeno per me: Dio dà la vita e io sono la prima che provo la gioia di prendere in mano questa vita». Certo, aggiunge, «cerco di stare accanto soprattutto ai più poveri, agli orfani e ai bambini più in difficoltà: in Africa abbiamo pochi mezzi, però abbiamo tanta fede».

Oggi suor “mamà Maria” ha 85 anni ma — assicurano le quattro consorelle che la accompagnano — «è attiva ventiquattr’ore al giorno: per le situazioni più complicate lei entra in gioco, anche in piena notte». Ed è ancora la prima a salire sulla canoa e a remare a due mani (nel raccontarlo mima il gesto del perfetto vogatore) sul fiume Ubango, «perché le persone più bisognose non escono mai dalla foresta e le trovi nei villaggi più poveri». Più “Chiesa in uscita” di questa...

Con Papa Francesco il feeling è scattato subito. «È la quarta volta che lo incontro: lui mi ridà entusiasmo per fare sempre più e sempre meglio nel mio cammino di fede, speranza e carità». Una confidenza con il Pontefice che si è constatata stamani quando, mentre Francesco le parlava, la religiosa lo ha delicatamente aiutato a tenere fermi i fogli del discorso mossi dal vento.

Incontrato il Papa, ora suor “mamà Maria” vuole tornare subito a Zongo perché, spiega, «non sia mai che muoia qui: ho dato la mia vita per l’Africa e desidero chiudere gli occhi in quella terra tra la mia gente, le mamme che ho aiutato e i bambini, di quattro generazioni, che ho visto nascere e crescere tanto che alcuni di loro sono nonni». A Zongo ci torna con una gioia in più: «Il Papa mi ha chiesto come sta la mia Felicité, la bambina che ho adottato. È nata il 30 giugno 2012 e quest’anno fa la prima elementare. Sua mamma è morta il giorno dopo averla partorita e suo padre non si sa chi sia. Ho scelto per lei un nome per augurarle felicità nella vita». E subito via, a passo svelto, con le sue consorelle: ci sono tante nuove Felicité che la aspettano.

di Giampaolo Mattei

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25 febbraio 2020

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