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Quella mania dell’eterno

· Rebora e i limiti del moralismo laico ·

«Non poteva più andare avanti. Esitò, si sforzò. La vista gli si annebbiava. Qualche cosa gli stringeva la gola. Si prese la testa fra le mani. Si sentì smarrito. Non fu capace di proseguire. Dovette interrompere la conferenza». Autunno 1928: Clemente Rebora, il poeta che con Frammenti lirici (1913) aveva contribuito al rinnovamento della lirica italiana, sta tenendo una conferenza sul cristianesimo al Lyceum di Milano.

Sta leggendo alcuni passi degli Atti dei martiri scillitani: arrivato al punto in cui i testimoni della fede, non accettando la clemenza del proconsole, scelgono di andare incontro alla morte, si ferma. Un groppo alla gola, l’improvvisa consapevolezza che in quella storia si sta parlando anche di lui, il peso di una crisi che veniva da molto lontano, hanno la meglio.

Tredici anni prima Clemente, figlio di una coppia saldamente conformata a principi laici e risorgimentali, era rimasto sepolto al fronte sotto una frana causata dallo scoppio di una granata. Lo portarono in un nosocomio a Bologna, dove uno psichiatra, colpito da alcune parole del poeta, diagnosticò una “manìa dell’eterno”.

Il poeta dell’ansia esistenziale, delle irrequiete domande che nessuno, tranne Boine, aveva apprezzato in quei versi essenziali, spezzati, severi e così — troppo — antidannunziani, stava lentamente abbandonando il suo vecchio mondo.

Aveva conosciuto la stagione dell’amore, del desiderio di fama, del sincretismo religioso: «Io sto con Buddha Cristo Dante Bruno (veggansi gli heroici furori) Vico Alfieri e Leopardi; (…). Non faccio professioni di fede che sarebbe inutile; io rispetto il tuo pensiero che ti ha potuto reggere sì maravigliosamente e come figlio non posso far altro», scriveva al padre già nel 1908.

In poche parole, quando abbracciò la fede cristiana nel 1929 ricevendo la prima comunione dalle mani dell’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, quando decise di frequentare il Collegio Antonio Rosmini a Stresa, e poi di entrare come novizio a Domodossola, e infine di venir ordinato sacerdote dell’ordine rosminiano nel 1936, l’antico poeta era giunto al limite estremo della lotta con l’angelo.

Oltre a quella “manìa dell’eterno” potremmo sicuramente parlare di sensi di colpa, di inadeguatezza del moralismo laico di quegli anni e di quella battaglia per il soddisfacimento delle pulsioni che il cosiddetto decadentismo aveva fatto propria sulle ceneri dello scientismo dell’ottocento positivista.

Ma leggendo le sue lettere prima del 1928 e quelle scritte ai familiari dal convento, e, soprattutto, notando che nel voto emesso chiede a Dio di «patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato nell’opera del tuo amore», ci si rende conto che dietro quella lunga crisi c’era altro, e non è detto che quell’ “altro” sia esprimibile a parole.

Possiamo notare solo che tra Otto e Novecento segnali di insoddisfazione si erano insinuati tra i giovani più sensibili, tra gli artisti, gli scrittori, i poeti, che porteranno alcuni di loro via dal sazio occidente: Rimbaud, Gauguin, Thoreau, London, Conrad, Stevenson, Daumal, Guenon, Hesse, solo per fare dei nomi. Anche Rebora stava tentando la fuga dai porti del civile occidente.

Se vogliamo guardare ai nostri giorni, capiamo che quella tentazione non è mai tramontata: John Maxwell Coetzee presenta in Elisabeth Costello una suora che abbandona un futuro di scrittrice per assistere i bambini morenti in un ospedale africano. Quando le chiedono di parlare ad un pubblico di intellettuali, sorprende tutti dicendo che «il messaggio che vi porto è che avete smarrito la strada tanto tempo fa», perché la cultura se ne è andata per conto suo abbandonando il rapporto con Dio.

E Marilynne Robinson in Le cure domestiche affronta il tema ancestrale della necessità del ritorno alla purezza originaria attraverso il rifiuto radicale di un benessere sempre più mercificato.

Cerchiamo sempre altrove, nei monasteri induisti o buddisti, tracce di una salvezza che può essere tentata anche da noi, con quelle stigmate cristiane che fanno storcere il naso ai raffinati intellettuali amanti dell’esotico a tutti i costi.

Rebora è un uomo che decide di “morire” alla vecchia vita e di sparire al mondo.

Per capire fino in fondo l’abissalità di questa operazione di spoliazione dell’antico sé — e del vecchio mondo — possiamo farci aiutare da Stanislas Fumet che, proprio nel 1929, scriveva che «Il contemplativo, man mano che s’avvicina all’unità del suo Dio, semplifica la sua visione fino a non avere più parole per esprimere la natura di questo Dio».

In Clemente Rebora si era compiuto l’abbandono dell’antico e la scelta assoluta di un Dio che salva dai sensi di colpa e da un’esistenza senza senso. Il suo fascino sta proprio in questo suo rappresentare l’anàlogon di altre scelte, forse più esotiche, come quelle di andarsene in oriente, testimoniando che lo sprofondamento nell’assoluto è possibile anche nei chiostri d’occidente.

di Marco Testi

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23 febbraio 2020

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