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Quella malinconia che spinge a vivere

· Immaginazione e senso del confine nelle lettere di Matteo Ricci ·

Il missionario gesuita Matteo Ricci, morto a Pechino nel 1610 all’età di 57 anni, unì l’annuncio del Vangelo, l’umanesimo rinascimentale e la civiltà cinese della dinastia Ming. Considerato un gigante di scienza e lettere, non si conosce abbastanza il tratto umano — quasi fragile — di Matteo Ricci.

Egli confessa più volte di soffrire di malinconia. Ne scrisse a Ludovico Maselli, suo superiore a Roma: «Non mi causa tanta tristezza il star lontano di miei parenti secondo la carne, sebbene io son molto carnale, quanto di star lontano da Voi, che amo più che mio padre. Non so che imaginatione mi viene alle volte, e non so come mi causa una certa sorte di melanconia, che mi par che è buona, e havrei scrupolo di non haverla».

Matteo Ricci in un manoscritto cinese (prima del 1610)

Nella tradizione cattolica e letteraria (inclusi Dante e Petrarca) la malinconia non era affatto buona, ma un sentimento calamitoso associato all’accidia, un vizio capitale. Per i medici greci la malinconia è la malattia umorale delle persone tristi. Aristotele invece si chiede come mai gli uomini eccezionali siano malinconici.

Studiando i sogni, che il filosofo fa derivare dall’incontinenza della facoltà immaginativa, arriva a una straordinaria conclusione: «Vi sono uomini malinconici i cui sogni sono veri» (Etica Eudemia, VII, 2, 1248° 30-1248b).

Anche Matteo fece un sogno malinconico e veritiero, ci torneremo. Gli umanisti associano la malinconia aristotelica allo spirito degli artisti e all’immaginazione. I malinconici sono spiriti geniali che percepiscono l’oscurità e la fugacità della condizione umana, e immaginano un mondo diverso. Inventano immagini visuali e poetiche per rappresentare un mondo altro.

È la malinconia che Ricci scrive essere buona, anzi che avrebbe scrupolo a non avere. È la malinconia moderna. Ricci visse nel secolo d’oro della malinconia, al cui studio si prestavano le lettere dei missionari. Nel 1621, solo 11 anni dopo la sua morte a Pechino, Robert Burton pubblica a Londra Anatomia della malinconia, un trattato fondamentale che introduce la malinconia nel dibattito moderno. Ricci vi è citato ben sedici volte.

Malinconia e immaginazione, nelle lettere di Ricci, vanno insieme, proprio come nella famosa incisione di Albrecht Dürer Melencolia I. Ricci si era addestrato all’esercizio dell’immaginazione negli anni della formazione. La composizione di luogo, insegnata dal fondatore Ignazio, è la pratica di entrare, grazie alla fruizione di immagini, in uno spazio immaginativo che conduce alla contemplazione.

Le immagini creano mondi nuovi e conducono la persona fuori da sé, rendendo possibile un incontro con gli altri e con l’Altro. L’adozione di immagini sacre con il loro potere immaginifico e persino taumaturgico, fu una delle più innovative caratteristiche della missione gesuitica in Cina.

La malinconia di Ricci non è la depressione che conduce all’indolenza, ma una malinconia buona, immaginativa. Riconoscendo la sua malinconia e il suo “essere molto carnale” — un chierico oggi difficilmente scriverebbe così — rende Matteo vicino e moderno.

Nel giugno del 1595, nel pieno della sua missione, Matteo Ricci colleziona una serie dolorosa di fallimenti. Sprofonda, come lui stesso ammette, in uno stato “assai melanconico”. In una lettera a Gerolamo Costa, un amico d’infanzia, racconta di aver avuto un sogno: una persona gli parla e lo consola, promettendogli di condurlo un giorno a Pechino.

Matteo capisce che si tratta del Signore. Fu l’unico sogno di un gesuita che ci sia stato trasmesso in 200 di anni di presenza in Cina. Il sogno non è certo un’invenzione retorica. Matteo non ne scrisse al superiore né ad altri: è solo la confidenza a un amico. In nessun modo Matteo poteva immaginare, quando ne scrisse, che la predizione si sarebbe realizzata per davvero. E ciò avvenne solo sei anni dopo, il 24 gennaio 1601, il giorno in cui finalmente entrò a Pechino.

Il sogno malinconico segna una svolta fondamentale. I biografi hanno omesso di osservare da vicino questo episodio, ma fu proprio grazie a esso che Matteo riacquistò fiducia in se stesso e cambiò strategia. Smise l’abito da monaco buddhista, nel quale si era sentito sempre a disagio, e vestì l’abito di letterato confuciano, che rispondeva molto meglio alla sua inclinazione umanistica. E poco dopo scrisse il suo primo libro, Dell’amicizia (1595), il manifesto del suo programma missionario.

La malinconia si risolve nell’amicizia, la sola, tra le cinque virtù confuciane, basata sulla scelta personale. Matteo ebbe espressioni di commossa tenerezza e nostalgia verso i suoi amici. Senza l’appoggio fraterno del suo amico Alessandro Valignano sarebbe stato impossibile adottare in Cina la via dell’accomodamento. Spesso i missionari litigano, ma l’amicizia tra Valignano e Ricci ha fatto un bene immenso.

Matteo ha avuto una forte amicizia con i collaboratori cinesi. Quando l’alto funzionario Feng Yingjing, che subì ingiustamente il carcere, morì senza battesimo, Ricci ebbe commosse parole di speranza per la sua salvezza eterna.

L’amicizia fu non solo un manifesto programmatico, ma anche un modo di vivere: «Se non ci fosse amicizia, nel mondo non ci sarebbe nemmeno la gioia».

Matteo Ricci è il missionario dell’amicizia. Costruì una fitta rete relazionale che gli ha permesso di realizzare progetti, sogni e immaginazioni. Raggiunta finalmente Pechino, non la lasciò più. La sua tomba, ancora onorata ai nostri giorni, è segno della forza del vangelo dell’amicizia, che abbatte il muro di inimicizia che separa persone e popoli. In Ritratto della malinconia (1928) Romano Guardini descrive la malinconia in termini di confine. Parole in cui Ricci, e con lui molti missionari, si sentirebbero rappresentati.

«Ci sono quelli che sperimentano profondamente il mistero di una vita di confine. Non stanno mai decisamente o di qua o di là. La malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. Il significato dell’uomo sta nell’essere un confine vivente. L’unico atteggiamento adeguato alla realtà, quello più autenticamente umano, è influenzato dal confine».

di Gianni Criveller

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