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Quella madre chiamata Bengala

· Letteratura contemporanea in Bangladesh ·

Un cuneo di verde sorvegliato a nord dalla catena dell’Himalaya e perennemente minacciato dalle piene di Gange e Brahmaputra, che poi si abbracciano, a sud, in un delta d’imponente portata. È uno stato molto giovane il Bangladesh: toltosi nel 1947 dal controllo inglese, ha ottenuto l’indipendenza dal Pakistan nel 1971 registrando poi un seguito di giunte militari, tra filo-occidentali e integraliste musulmane. Giovane la repubblica popolare, ma secolari la cultura e la spiritualità indiane (basti ricordare il Nobel Tagore che compone l’inno nazionale e chiama il Bengala «madre mia») che però si stemperano e via via danno vita a una letteratura di netta marca post-coloniale e tutta moderna.

Le ultime generazioni del Novecento, infatti, native del Bangladesh o tornatevi in seguito, hanno prodotto romanzi e racconti, in special modo autrici donne, accolti dalla comunità internazionale nonostante viga la prassi che il libro di una donna raramente viene letto prima di essere respinto.

Shaheen Akhtar per esempio, bangladese del 1962, ha al suo attivo quasi una decina di titoli (da Nessuna via di fuga del 2000 a La ricerca del 2004), antologie di scrittura femminile, documentari cinematografici, e collabora con organizzazioni per i diritti umani. I suoi temi sono la giustizia sociale, la comprensione (ma mai la tolleranza) per le violenze e gli abusi nei confronti delle donne, la guerra e quel che ne consegue dal punto di vista delle vittime, l’onore perduto per i codardi o i collaborazionisti. Ha iniziato a narrare vite di donne single, confida a Shabnam Nadiya dell’«Eclectica Magazine», «qualcosa di nuovo nella nostra letteratura. I miei colleghi non hanno voluto prestargli molto interesse».

Poi denuncia anche la mancanza d’attenzione critica, il vezzo di dare consigli a chi scrive del o sull’altro sesso, la competizione troppo sbilanciata a favore degli uomini, l’attributo di “femminista” usato a vanvera. «Le poche donne al potere — prosegue — si comportano come i maschi, e non si scorge nessuna vera alternativa nel modo di condurre le cose». In definitiva, pensa Akhtar, farà scrittura delle proprie esperienze. Non altro.

Di esperienze d’altri intesse invece la sua narrativa Monica Ali (1967), nata in Bangladesh ma ben presto allontanatasene, nota più per il suo esordio inglese con Brick Lane (2003) che per il secondo romanzo, Alentejo Blue (2006) ambientato in Portogallo. Mentre è la Londra degli immigrati che Ali privilegia, dando titolo al libro con il nome di una strada nel cuore della capitale, trasformando la cronaca di una famiglia bangladese — in Italia sarà un inatteso Sette mari tredici fiumi — nella singolare saga multiculturale di una comunità birmana: un’invenzione di modernità di netto sorpasso delle strutture tradizionali. I temi dell’immigrazione e dell’integrazione sono di un’attualità sorprendente: potremmo anzi dire di intelligente preveggenza. La giovane Nazneen del romanzo sposa un uomo assegnatole dalle famiglie e con il doppio dei suoi anni, che la porterà, appunto, in Inghilterra, con grandi ma vani progetti nella mente. È una persona civile ed educata ma inconcludente, per cui la moglie, che non osa ribellarsi ma a lungo andare non sopporta un destino sciatto, incolore e frustrante, sceglie una sua libertà, quella del cuore, pur restando fedele alla cultura che l’ha vista nascere.

di Claudio Toscani

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18 agosto 2019

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