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Quella lotta
fra il bene e il male
che divampa nel cuore

· ​Fede e immaginazione: Marylinne Robinson ·

«A guardarla, questa cittadina non è che un grappolo di case raccolte lungo poche strade, una piccola schiera di edifici di mattoni con negozi, un silo per cereali e un serbatoio idrico con la scritta “Gilead” sul fusto, e l’ufficio postale e le scuole e i campi da gioco e la vecchia stazione ferroviaria, che ormai è bell’e coperta d’erbacce. Ma che aspetto aveva la Galilea? L’aspetto di un posto non ci dice un gran che».

Gilead è una piccola città dello stato dello Iowa nel centro degli Stati Uniti, come dicono gli americani, in the middle of nowhere ed è il titolo del romanzo di maggior successo della scrittrice Marylinne Robinson che ha vinto il Premio Pulitzer inaugurando una “saga” con un seguito, Casa, e un terzo episodio, Lilah, tutti ambientati nella stessa tranquilla cittadina. In questo sfondo apparentemente poco significativo, proprio come la Galilea polverosa periferia ai margini dell’Impero Romano, si svolge la vicenda raccontata che vede protagonista John Ames, il pastore protestante di Gilead. È un uomo anziano che in tarda età ha ricevuto il dono di un figlio e a questo ragazzo scrive una lunga lettera-testamento che coincide con il romanzo stesso.
La Robinson con Gilead si muove negli ambienti e nelle atmosfere dei racconti di Flannery O’Connor, la narratrice cattolica morta prematuramente nel 1964: predicatori protestanti nelle desolate regioni degli stati del centro-sud degli Stati Uniti durante gli anni '50, ma gli effetti sono molto diversi. C’è una mite dolcezza e uno spirito contemplativo nel romanzo della Robinson perchè, scrive: «È un pianeta interessante, il nostro. Merita tutta l’attenzione che gli puoi dedicare», una dolcezza che manca del tutto ai ruvidi racconti brevi e pieni di colpi di scena della O’Connor, anche se in fondo tutte e due le scrittrici raccontano la drammatica lotta tra Bene e Male che si svolge nel turbolento paesaggio del cuore umano. «Ogni storia, anche un romanzaccio o una novelletta da quattro soldi» ha scritto G.K.Chesterton, «ha qualche cosa che appartiene all’universo. Ogni storia, per quanto breve, comincia con la creazione e termina con il giudizio finale». Viene in mente il capolavoro di Terrence Malick, L’albero della vita, una rivisitazione del racconto di Giobbe ambientato in un piccolo paese del Texas dentro però una cornice che parte dalla Genesi e arriva all’Apocalisse.
Quando ho finito di leggere Gilead ho ripensato all’affermazione di Andrej Tarkovskij «L'arte esiste perché il mondo è imperfetto. L’arte sarebbe inutile se il mondo fosse perfetto». Quello della Robinson è uno sguardo di chi vede il mondo imperfetto, ma senza la severità del giudice quanto piuttosto con la dolcezza di chi è stato ammaestrato dalle ferite di questa vita imperfetta. L’esperienza della lettura di questo romanzo assomiglia ad una lunga “riabilitazione alla vita”, che poi è la stessa esperienza che vive il protagonista, John Ames: un percorso di lenta, faticosa, guarigione dal rischio dell’aridità, del rimorso, del rimpianto e dell'incapacità a perdonare e perdonarsi. In una lettera del 1944 lo scrittore inglese J.R.R.Tolkien afferma che l’uomo può essere redento in ossequio alla natura, da un racconto, un racconto commovente. Ed è la commozione il sentimento che prova il lettore Gilead: qualcosa lo ha commosso, “mosso insieme” all’autore e ai suoi personaggi conducendolo non sa bene dove, ma alla fine, pur contando le ferite dovute alle asperità del percorso, in una condizione più lieta, più ricca di speranza, una speranza fondata sul riconoscimento di essere amato da qualcuno, amato di più, e gratuitamente.
Gratuità da cui nasce gratitudine. Scrive al figlio il padre-pastore John Ames: «Non avrei mai immaginato di avere una moglie né tanto meno di vederla adorare un figlio mio. Questo fatto mi sorprende ancora ogni volta che ci penso. Sto scrivendo questo anche per dirti che se mai ti chiederai che cosa hai fatto nella vita, e prima o poi tutti se lo chiedono, ebbene, sei stato la grazia di Dio per me, un miracolo, anzi più di un miracolo. Forse non ti ricordi bene di me, e forse non ti sembrerà una gran cosa essere stato il bravo figlio di un vecchio in una misera cittadina da cui sicuramente te ne andrai. Se solo riuscissi a trovare le parole per dirlo. Al sole, i capelli di un bambino sono pieni di riflessi. […] Tutto questo va benissimo, ma io ti amo soprattutto perchè esisti. Secondo me l'esistenza è la cosa più straordinaria si possa immaginare».
La contemplazione estatica della bellezza del mondo visto come dono gratuito non si esaurisce in se stessa, ma genera azione, suscita il senso della responsabilità: «Adesso, nella mia attuale condizione, adesso che sono in procinto di lasciare questo mondo, mi rendo conto che non c’è nulla di più straordinario di un viso umano. Ha a che fare con l’incarnazione. Quando hai visto un bambino e lo hai tenuto in braccio ti senti obbligato nei suoi confronti. Ogni volto umano esige qualcosa da te, perchè non puoi fare a meno di capire la sua unicità, il suo coraggio e la sua solitudine. E questo è ancora più vero nel caso del viso di un neonato. Considero quest’esperienza una sorta di visione, altrettanto mistica di tante altre. […] Questa è una cosa importante, che ho detto a molte persone, e che mio padre disse a me, come il suo a lui. Quando incontri un'altra persona, quando hai a che fare con una persona qualsiasi, è come se ti venisse posta una domanda. Allora devi pensare: Che cosa mi chiede il Signore in questo momento, in questa situazione?».
Questa è la domanda sottesa a questo libro, ma forse a tutti i grandi romanzi della letteratura. (andrea monda)

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