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Quella finestra ricoperta di gelo

· La morte di Irina Ratushinskaya ·

Scriveva su frammenti di saponetta servendosi di fiammiferi. Trasformando la sua prigionia in poesia, ha composto versi inneggianti al valore della libertà, «che più si apprezza quanto più è negata». La dissidente sovietica Irina Ratushinskaya, morta nei giorni scorsi a 63 anni, era soprannominata «l’indomabile». Appellativo che si era guadagnata riuscendo a sopravvivere a quattro anni di brutale prigionia in un gulag non lontano da Mosca, dove — insieme ad altre detenute — veniva sistematicamente sottoposta a maltrattamenti. Inoltre, i suoi problemi di salute (disfunzione renale e pressione sanguigna) che già l’affliggevano prima di essere arrestata, vennero ignorati di proposito dalle autorità mediche del campo di prigionia. Dunque Irina, in quei terribili anni, non ricevette le cure necessarie. Ciononostante, la sua resistenza non fu mai piegata. 

Il 4 marzo 1983, giorno del suo ventinovesimo compleanno (era nata a Odessa nel 1954), le fu inflitta una pena di sette anni di reclusione da scontare in un gulag. L’accusa che le veniva mossa era di «agitazione e propaganda antisovietica». In una cella angusta e soffocante, Ratushinskaya compose 250 poesie. I versi, incisi sulle saponette, vennero poi trasposti su carte di sigaretta e — grazie alla segreta mediazione del marito — furono inviati ai paesi occidentali perché prendessero conoscenza di quanto accadeva «nell’inferno di quel gulag».
Intorno a quella potente denuncia si coagularono numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani che, con crescente insistenza, cominciarono a chiedere la sua liberazione. E la richiesta fu accolta nell’ottobre del 1986, nell’ambito della politica distensiva (glasnost) perseguita da Gorbaciov: così a Irina furono risparmiati tre anni di dura prigionia.
I suoi versi — e qui risiede il loro valore più alto — non si traducono solo in un’aperta denuncia di soprusi e angherie, ma si configurano come strumento di formazione umana e morale. In un componimento dedicato al rancore, la poetessa scrive: «Se si permette all’odio di mettere radici, esso prospererà e si diffonderà, e alla fine corroderà e deformerà la nostra anima». E rivolgendosi ai suoi carcerieri, senza livore ma con ferma lucidità, scrive: «Non potrete mai sequestrare il mio cervello».
Le privazioni imposte dalla prigionia non riuscirono mai a cancellare del tutto l’innato impulso di Irina a cogliere e ad apprezzare le cose belle che costellano la quotidianità, anche quelle più modeste che rischiano di passare inosservate. E così, mentre i rigori della prigionia infieriscono sul suo fisico già vulnerabile, gli occhi di Irina si illuminano di gioia nel contemplare la finestra della sua prigione tutta ricoperta di gelo. Da tale finestra s’irradia, in un suggestivo gioco cromatico, un intenso colore blu, che riesce a far dimenticare le barre della cella e un dolore che pare non abbia mai fine».

di Gabriele Nicolò

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18 agosto 2019

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