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Quella croce è ancora là

· ​Il missionario padre Giulio Simoncelli compie cinquantotto anni di sacerdozio ·

Allegro, infaticabile, creativo, poeta, scultore e grande appassionato di sport, in particolare del calcio. Dell’Atalanta, ovviamente, visto i suoi natali a Valbondione, un piccolissimo paese, con poco più di mille abitanti, arrampicato sui monti bergamaschi. Padre Giulio Simoncelli, classe 1935, penultimo di dodici figli, compie, quest’anno, 58 anni di sacerdozio, di cui 50 nella Repubblica Democratica del Congo. In occasione dei suoi 80 anni, ha scritto un libro dove ha raccontato la sua vita, «consacrata a Dio sin dal seno materno». Aveva nove anni quando, nell’ottobre del 1944, alla fine della Giornata missionaria mondiale, sul biglietto datogli dal sacerdote con la domanda: «Cosa farai da grande?», scrisse «Voglio farmi missionario». 

Bambini poveri in un villaggio della Repubblica Democratica del Congo

Una decisione benedetta dalla madre Virginia, che aveva fatto il voto di andare ogni giorno al cimitero a dire il rosario, affinché il Signore scegliesse uno fra i suoi otto maschi come missionario in Africa. La donna fu largamente accontentata in quanto, oltre a Giulio, anche un altro figlio, Luigi, ha seguito la stessa strada ma, purtroppo, non ne è stata testimone nella sua vita terrena. Virginia è morta precocemente, per una malattia non diagnosticata, tre anni dopo l’ingresso di Giulio all’Istituto dei Saveriani, avvenuto a dodici anni, e poco più di un mese prima che Luigi iniziasse il noviziato. «Minica, come la chiamavano tutti, era un donna di preghiera e con una spiritualità gagliarda. Io ero la sua copia conforme, anche nel carattere, e, per me, imitare mia madre, era un po’ come per gli apostoli imitare Cristo. Ho parlato così tanto di lei alla mia gente in Congo, che certe volte mi sembra che la conoscano meglio di me».
Il 15 ottobre 1961, Giulio viene ordinato sacerdote. L’obiettivo è l’Africa, ma passano sette anni prima che, insieme a Luigi, venga destinato in Congo: «Gioia immensa, felicità somma!». Dopo un periodo di formazione, nel maggio del 1969, i due fratelli vengono inviati in missione a Mwenga, ad est del paese, tra la gente della tribù Lega. Padre Giulio si racconta attraverso quelle che chiama le pietre miliari della sua vita. La prima riguarda proprio il suo arrivo in terra d’Africa, quando ci fu il ricevimento ufficiale della tribù. Attorno al fuoco si canta, si raccontano storie, si balla. Anche il giovane sacerdote si getta tra le danze. «Alla fine, un’anziana signora mi si avvicina e offrendomi un uovo e mi dice “Padre, danzi come uno di noi”. Fu la mia consacrazione».
Un’esperienza talmente appassionante quella tra gli indigeni, da indurlo a scrivere un corposo libro, Missione tra i Balega — Nelle foreste del Congo (Bologna, Edizioni La Pinacoteca, 2009) in cui racconta tradizioni e costumi della ricchissima cultura di questa tribù, di cui ha imparato la lingua, il kirega, per comunicare in maniera più profonda. In particolare, Giulio ricorda quattro amici speciali. «Pagani della peggior specie. Tra loro c’era uno stregone che aveva perso il conto delle persone che aveva fatto fuori con la sua gamma di veleni. Ci volevamo molto bene. L’ho detto tante volte al Cristo: “Quando arriverò là, prima di entrare, sbircerò dentro, e se non vedrò i miei quattro vecchi non entrerò”».
L’altra pietra miliare riguarda la morte dell’amatissimo fratello Luigi, il 10 febbraio 1970, in un incidente aereo, dopo solo un anno dal loro arrivo in Congo. Una separazione presentita. «Quel giorno mi sentivo stremato, sfinito, ero disteso sul letto. Avevo un peso sul cuore che mi opprimeva. Anche il giorno seguente, dopo la messa, mi sono ritirato in camera, mi sono seduto alla scrivania e ho appoggiato la testa sulle mani incrociate. Fu in quella posizione che un confratello mi diede la notizia. Rimasi impietrito. Luigi era il fondamento su cui avevo costruito tutti i miei anni di vita missionaria». Il periodo che seguì fu di lutto totale. «Ero come morto. Mi sentivo solo, annientato, piangevo in continuazione».
Poi, dopo quindici giorni di strazio, davanti al tabernacolo, si rivolge a Gesù dicendo: «Tu sai di cosa ho bisogno». E tutto cambia. «Sono stato immediatamente invaso da un senso di pace, di gioia, come se nulla fosse successo, e sono tornato il Giulio di sempre. Cantavo, scherzavo, ero allegro, i padri si meravigliavano e anche la gente. La piaga però restò dentro e non si è più rimarginata. Mi sentivo ridotto a metà, perché metà di me se n’era andata. Ma il Cristo ha sempre riempito tutto». Non molti anni dopo, il suo primo nipote, Virginio, anche lui missionario saveriano, prende il posto di Luigi. «Il capolavoro della bontà di Dio».
La fama di trascinatore di folle se l’è guadagnata sul campo quando, a Sange, un villaggio a est del paese, volendo dare a una comunità sempre più numerosa un luogo per riunirsi e per pregare, decise di costruire una chiesa. «Avevo solo cinquecento dollari ma con l’aiuto di tutta la popolazione, dopo otto mesi la chiesa era finita». E quella volta in cui, dopo il decreto di Mobutu (dittatore del paese dal 1965 al 1997), che portò alla distruzione di tutti i simboli religiosi al di fuori delle chiese, decise di ribellarsi allo scempio e costruì una croce alta 4,50 metri su un piedistallo di sessanta centimetri, visibile da centinaia di chilometri. «Mobutu passerà ma quella croce resterà, dissi ai miei fedeli. La domenica dopo, il vescovo, dapprima riluttante per paura, venne a benedire la croce. Non si contavano le persone presenti alla cerimonia. Sono passati quarant’ anni e la croce è ancora là».
Una vita avventurosa quella di padre Giulio, gli occhi vispi in un viso ironico e sorridente. Densa di esperienze, affrontate sempre con curiosità e con una voglia inesauribile di imparare. Come quella in cui, parroco nella città di Kasongo, nella regione del Maniema, a maggioranza musulmana, si immerse nello studio del Corano, tanto da diventare un esperto della religione islamica. «Fui invitato per ben tre volte a parlare sul loro testo sacro e i musulmani, dal canto loro, partecipavano alle nostre feste di Natale e di Pasqua»; e l’altra, intensa, di maestro dei novizi, durata nove anni.
Poi, nel 2011, l’approdo alla casa della spiritualità di Kilomoni, un quartiere di Uvira, al confine con il Burundi: «Pensavano di mettermi a riposo ma, evidentemente, non conoscono il Simoncelli». E, infatti, l’indomito sacerdote rivoluziona la casa, aprendola alla gente: un campetto di calcio per ragazzi e ragazze; la cappella all’interno dell’abitazione; il rosario all’esterno, davanti alla Madonnina, attrezzato con venti panche; due sale per conferenze e ritiri; un grande orto, che ha curato personalmente. Un luogo che pulsa di preghiere e di opere.
In questi ultimi anni, non gli sono stati risparmiati dolori e disagi: una grave malaria, che l’ha debilitato, brutte cadute, che lo hanno costretto a un’attività molto limitata per mesi, uno shock anafilattico, e, ultima, a gennaio scorso, in Italia, un’operazione a un occhio, seguita, a distanza di qualche giorno, da un’emorragia, che ha fatto pensare al peggio. Tutto superato brillantemente e senza un lamento. «Sono le carezze di Dio. Un’occasione per purificare lo spirito». L’unico strascico, un equilibrio meno stabile e il ricorso ad un bastone come compagno di cammino, che, ne è sicuro, lo porterà di nuovo nel suo Congo. «La morte? La sento come un’amica, che mi aprirà all’eterna contemplazione del buon Dio. Quando arriverò davanti al Signore gli farò un solo rimprovero: “Perché hai tardato così tanto a chiamarmi”?».

di Marina Piccone

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19 agosto 2019

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