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Quella cravatta un po’ allentata

In redazione qualcuno pensava che portasse la cravatta anche sopra il pigiama. Un giorno, il capo del servizio internazionale dell’epoca glielo chiese apertamente. La risposta fu una risata.

Mario Agnes non era solo l’uomo con l’indice puntato della foto che tutti i giornali italiani pubblicavano ogni qualvolta c’era da riportare una presa di posizione del quotidiano della Santa Sede. Dietro quel volto severo, asciutto e spigoloso c’era un uomo che sapeva sorridere anche di se stesso. Un laico che non ammetteva mezze misure se si trattava di fedeltà alla Chiesa e al Papa, ma che non rinunciava mai alla battuta o all’aneddoto.

Al giornale si era presentato con le parole del messaggio del concilio ai giovani: «Darsi senza ritorno». Le aveva scandite durante il passaggio di consegne con Valerio Volpini in un ambiente ricavato tra la rotativa e il salone delle linotype. E da allora, per ventitré anni, le ha vissute nella sua stanza al secondo piano della palazzina di via del Pellegrino dove due volte al giorno convocava la redazione per discutere dell’impostazione del giornale e dettare la linea. Aveva un’idea ben precisa di come voleva fosse «L’Osservatore Romano». Una «voce fuori dal coro», ripeteva, capace di affiancare a una meticolosa documentazione dell’attività papale un’attenta lettura delle vicende politiche ed ecclesiali, soprattutto italiane. Per questo aveva ripreso la pubblicazione degli «Acta Diurna» e trasformato la rubrica sulla situazione politica in un’analisi acuta e, all’occorrenza, pungente del dibattito in corso. E quando c’erano da difendere o da riaffermare i valori della vita, dell’onestà, della giustizia e della democrazia dettava brevi commenti da inserire negli articoli di cronaca.

Con lui, che scriveva usando la penna a sfera su piccoli fogli di carta custoditi nella tasca della giacca, il giornale ha attraversato anche la fase del rinnovamento tecnologico. Della tipografia rimpiangeva l’umanità che si respirava insieme con gli sbuffi delle caldaie del piombo, quando al tavolo del proto vistava le pagine prima della stampa. Seppe però cogliere le opportunità che si aprivano, assecondando e incoraggiando le prime esperienze in rete e la stampa decentrata delle edizioni settimanali.

Anche se aveva lasciato ormai da tempo l’insegnamento universitario, molti continuavano a chiamarlo “professore”. Il giornalismo non era il suo mestiere, ma sapeva fare il direttore. Era esigente. Non esitava ad alzare la voce quando serviva. E non solo con i suoi. «L’Osservatore Romano» era per lui innanzitutto il giornale del Papa e difendeva questa identità anche a costo di scontrarsi con politici o potenti di turno. Fece del giornale un megafono di Giovanni Paolo II, soprattutto dei suoi ripetuti appelli per la pace. Tanto che, nei giorni precedenti la guerra del Golfo, le sue prime pagine divennero veri e propri manifesti alzati nei cortei di protesta che attraversavano le vie di Roma.

C’era una profonda sintonia tra Wojtyła e Agnes. La stima del Papa polacco per il laico italiano era diventata nel corso degli anni amicizia. E Agnes gli fu sempre vicino. Lo seguì in quasi tutti i suoi viaggi. Fino all’ultimo. Poche ore prima della morte, convocò tutta la redazione, per dire che aveva portato al Papa il saluto del giornale. Era turbato. Commosso. E per la prima volta ho visto la sua cravatta allentata.

di Piero Di Domenicantonio

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14 ottobre 2019

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