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​Quella condanna che nessuno ricorda

· ​Pio XI e il mito storiografico della benedizione dell’attacco italiano all’Etiopia ·

Scritto in lingua amarica e dedicato al regno (1930-1955) dell’imperatore d’Etiopia Haile Selassie i, il libro dell’ambasciatore Zewde Retta, morto a Londra nel 2015 (New Delhi, Laxmi Publications, 2012) affronta tra l’altro una questione da sempre al centro dell’attenzione e dell’interesse degli storici: la posizione della Santa Sede in merito all’invasione italiana dell’Etiopia, voluta dal fascismo e realizzatasi tra il 1935 e il 1936.

La prima pagina dell’ Osservatore Romano del 29 agosto 1935

Sulla base dei documenti conservati presso l’Archivio storico della Sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, l’autore giunge a una chiara conclusione: non vi fu alcun sostegno né collaborazione esplicita, da parte della Sede apostolica, all’impresa fascista in Africa orientale. E di conseguenza non sembra provvisto di solide fondamenta storiche quanto tuttora si teorizza in alcune pubblicazioni del suo Paese natale, secondo le quali il Pontefice avrebbe benedetto truppe e armi italiane in partenza per l’Abissinia, a riprova del suo appoggio e incoraggiamento alla campagna militare. Questo atteggiamento si riscontra invece in alcuni ordinari diocesani italiani, a titolo personale: non solamente con omelie o discorsi che appoggiavano l’impresa fascista (ma che non riflettevano in alcun modo la posizione di Pio XI), ma anche con la donazione di anelli episcopali o di croci pettorali in occasione della «giornata della fede» (18 dicembre 1935) durante la quale gli italiani vennero invitati dal regime a donare le fedi nuziali.

Papa Ratti fu infatti, sin dal principio della vicenda, fermo oppositore dell’intervento militare, spendendosi piuttosto nella ricerca di una soluzione pacifica. Sin dal luglio 1935 tale punto di vista venne reso noto ai rappresentanti diplomatici di Francia e Gran Bretagna presso la Santa Sede, e a quello stesso periodo risale il tentativo — poi non riuscito — di coinvolgere nella questione il monarca britannico, Giorgio v, affinché potesse con i suoi sforzi contribuire a riportare Roma e Addis Abeba sulla via del dialogo. Molto opportunamente l’ambasciatore Retta si sofferma poi sulla parte conclusiva, pronunciata a braccio, di una celebre allocuzione pontificia, quella rivolta alle infermiere cattoliche riunite a convegno il 27 agosto 1935, dove condanna la guerra di conquista italiana contro l’Etiopia, definita une guerre injuste: il tenore del discorso sarebbe poi stato attenuato, ma senza sostanziali stravolgimenti, in vista della pubblicazione sull’Osservatore Romano approvata dal Papa. Nel volume si sottolinea l’importanza del pronunciamento pontificio anche alla luce delle ripercussioni giornalistiche a livello internazionale: in Francia e Gran Bretagna fu apprezzata la chiara e decisa presa di posizione, mentre in Italia, a conferma dell’irritazione del Governo fascista, vi fu la tendenza a censurarlo.

In seguito Pio XI, ritenendo di aver chiarito a sufficienza il suo pensiero, non si pronunciò più pubblicamente sulla questione. È monsignor Domenico Tardini, sottosegretario della Sacra Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, e poi primo segretario di Stato di Giovanni XXIII, ad accennare a una tal prospettiva in alcuni suoi appunti manoscritti conservati nel già citato archivio vaticano: «se la S. Sede non ha parlato in pubblico, è stato solo per non intralciare con le frasi la sua azione pacificatrice. Parlando, si risparmiava forse le critiche, ma paralizzava certamente la sua opera di bene. Tacendo, ha affrontato serenamente le ingiuste accuse pur di riuscire all’intento. Si è sacrificata — anche in questo — per il bene comune» conclude lapidariamente Tardini.

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