Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quella cattedrale gotica

· Il requiem di Hector Berlioz apre la stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ·

Per celebrare i 150 anni dalla scomparsa di Hector Berlioz l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dedica al compositore francese il concerto inaugurale della stagione. In programma giovedì 10 ottobre (repliche nei due giorni successivi) una delle sue opere più imponenti, la Grande Messe des morts, un requiem colossale. A Berlioz, tra i più grandi virtuosi del pensiero orchestrale che la letteratura musicale abbia conosciuto, saranno dedicati anche altri appuntamenti in cartellone. Antonio Pappano salirà sul podio dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, al quale si aggiungeranno il Coro del Teatro di San Carlo di Napoli e la Banda musicale della Polizia di Stato. Solista il tenore messicano Javier Camarena, al suo debutto romano. Il concerto inaugurale segna l’inizio del percorso artistico ceciliano di Piero Monti, nuovo maestro del Coro dell’Accademia. Il Coro del San Carlo sarà invece preparato da Gea Garatti Ansini. L’imponente organico, oltre 300 musicisti coinvolti, rende questo lavoro una rarità nei cartelloni sinfonici internazionali. Ma malgrado abbia messo in campo un’eccezionale varietà di mezzi sonori, Berlioz non era ancora soddisfatto e avrebbe voluto raddoppiare o perfino triplicare il numero degli strumentisti per realizzare a pieno il suo pensiero musicale. Non gli erano del tutto sufficienti duecento coristi, una grande orchestra, quattro raggruppamenti supplementari di strumenti a fiato, sedici timpani, due grancasse, tam-tam, tre paia di piatti e ancora tanto altro. Ma oltre all’imponenza sonora il lavoro è sorretto da un’ispirazione sempre originale e traboccante di idee. La grandiosità dell’opera non deve infatti far dimenticare le raffinatezze che emergono continuamente. Jacques Barzun paragonava il requiem a una cattedrale gotica, dove l’elemento monumentale viene completato dalla delicatezza del cesello. Ma la maestria di Berlioz non si limita all’uso degli impasti timbrici, estendendosi anche alla definizione di un modo innovativo di concepire armonia, melodia e ritmo. In qualche modo si possono intravvedere anticipazioni da una parte dell’impressionismo armonico di Debussy e dall’altra delle irregolari sequenze ritmiche di Strawinsky. Ancora più avanzati gli effetti di “spazializzazione” del suono, ottenuti in epoca prelettronica nel Tuba mirum con la diversa localizzazione dell’orchestra, del coro e dei quattro gruppi di fiati. Il pensiero in questi casi va alle avanguardie, in particolare a Stockhausen e al suo Gruppen con tre orchestre disposte attorno al pubblico. La Grande Messe des morts utilizza il testo latino ed è articolata in dieci parti distinte non solo per l’uso delle tradizionali differenze di ordine melodico, timbrico e dinamico, ma anche per una certa definizione drammatica degli episodi disegnata attraverso la forma musicale. Insomma uno dei momenti più felici della creatività di Berlioz, un lavoro dove, secondo Henry Barraud, «nonostante l’epoca in cui fu scritto e le intemperanze di carattere del suo autore non si riscontrano che rare debolezze o errori di gusto in un insieme che reca l’impronta del genio folgorante». (marcello filotei)

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

08 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE