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Quel tratto di strada da fare insieme

· Giornalisti al Cortile dei gentili ·

Fare un tratto di strada insieme è davvero possibile? Questa domanda, diventata di stretta attualità dopo la lettera del Papa al fondatore della «Repubblica» ha aperto un confronto a tutto campo nel «cortile dei giornalisti» che si è svolto nel Tempio di Adriano, il 25 settembre. Il dibattito, moderato da Emilio Carelli (SkyTg24) è stato aperto dal dialogo tra il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ed Eugenio Scalfari. Ravasi ha esordito ponendo l’accento sull’impareggiabile efficacia comunicativa di Gesù di Nazaret nell’uso sistematico di frasi essenziali («tweet ante litteram»), di parabole, incisive come sceneggiature, e di gesti concreti, capaci di restare incisi per sempre nella memoria. Il fondatore del quotidiano romano ha invece ricordato la profonda fede di sua madre, gli anni del catechismo e quel mese e mezzo di esercizi spirituali vissuti “suo malgrado” quando a vent’anni trovò rifugio nella casa del Sacro Cuore — accanto a una residenza dei gesuiti — nella Roma occupata dai nazisti. Un’occasione preziosa, ha ricordato Scalfari, per imparare a ragionare, una palestra di logica che gli sarebbe stata utile per tutta la vita. «Devo molto ai gesuiti, anche se sono innamorato dei francescani» ha continuato, rendendo indirettamente omaggio al Papa ma ribadendo che la sua «scelta per Atena», nata sui banchi di scuola nell’amicizia con Italo Calvino, non gli permette di riconoscere la divinità di Cristo.

L’intervista rilasciata alla Civiltà Cattolica fa capire a tutti, ma soprattutto ai professionisti della comunicazione che «la Chiesa non può stare nel vestito che le è stato disegnato addosso» dai media, ha detto Mario Calabresi, direttore della «Stampa», nel corso dell’incontro che ha visto tra i relatori Ferruccio de Bortoli, direttore del «Corriere della Sera», Ezio Mauro, direttore della «Repubblica» e Roberto Napoletano, direttore del «Sole 24 Ore». Sono, ha continuato Calabresi, «tempi grami per i pigri» e per chi resta ancorato ai propri schemi interpretativi e continua a ridurre la Chiesa a un «ping pong di botta e risposta» di breve respiro, secondo un’agenda dettata da chi ha priorità che le sono estranee. «La laicità, nel senso etimologico di “popolo”, appartiene a entrambi, ad atei e a cattolici» ha ribadito Napoletano, ricordando la figura di De Gasperi, mentre de Bortoli ha posto l’accento sulla centralità della persona, troppo spesso «vittima di una informazione frettolosa, che fornisce ingredienti avariati, e trasforma i lettori in curve contrapposte di tifosi». Davanti alla mercificazione dell’esistente, spesso solo la Chiesa fa sentire la sua voce.

I giornali di carta e d’inchiostro sono ancora importanti secondo il direttore della «Repubblica» convinto che «internet è imbattibile in termini di flusso, ma non in termini di giudizio».

Di libertà e responsabilità nella comunicazione hanno parlato Virman Cusenza, direttore del «Messaggero», Marteen van Aalderen, presidente dell’Associazione stampa estera, Marco Tarquinio, direttore di «Avvenire» e il direttore del nostro giornale, introdotti da Fiorenza Sarzanini. Il desiderio della Chiesa di farsi capire da più persone possibile non è certo una novità, ha ricordato Vian, accennando all’intervista concessa da Leone XIII a una giornalista socialista su «Le Figaro» nel 1893, le aperture di Pio XI, e il dialogo tra Montini e Jean Guitton nel 1950: «A cosa serve dire il vero se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?».

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16 dicembre 2019

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