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Quel sospeso faccia a faccia

· La figura di Maria tra arte, architettura e topografia ·

Si addensa attorno al santuario mariano, che si erge sulla sommità dell’Esquilino, una serie di segnali architettonici, topografici, storici e cultuali, che si compongono e si stratificano, nel tempo, attorno alla figura di Maria, madre di Dio.

Santa Maria Maggiore, abside medievale (Roma, XVIII secolo)

Il santuario fu commissionato da Papa Sisto III (432-440), in sostituzione della basilica liberiana, in perfetto asse con la cattedrale Lateranense, quest’oggi collegata dalla moderna via Merulana, ancora solennemente percorsa dalla processione del Corpus Domini, presieduta dal Papa. Ebbene, questo “faccia a faccia” tra la cattedrale, già di impianto costantiniano, e il santuario sistino rappresenta una cifra topografica estremamente rappresentativa della “Roma paleocristiana”, che mette in intimo contatto la basilica del Salvatore e il santuario della Theotokos. Tale suggestivo disegno teologico, che viene puntualizzato dal concilio efesino del 431, secondo cui Maria è genitrice di Dio, perché ha dato alla luce non un uomo, ma Dio come uomo, sancisce l’unione delle due nature del Cristo, che si è compiuta proprio nel seno di Maria.

Per questo, l’apparato decorativo della basilica di Santa Maria Maggiore propone, nel cuore dell’edificio di culto, ossia nell’area presbiteriale e, segnatamente, nell’attuale arco trionfale un vero e proprio “cortometraggio” dell’Infantia Salvatoris, per sottolineare, al dettaglio e con l’ausilio degli scritti canonici e apocrifi, il sottile mistero dell’incarnazione. Purtroppo è andata perduta la calotta absidale dell’edificio sistino, dove, comunque, doveva essere rappresentata in mosaico l’effigie della Theotokos, forse per la prima volta e secondo uno schema che alimenterà la genesi e la fortuna dell’icona della Regina intronizzata con il Bambino esposto sulle ginocchia.

La storia di quella macroicona mariana si concluse con la completa obliterazione dell’organismo absidale commissionata da Niccolò IV e attuata tra il 1280 e il 1295, in quella temperie culturale entro cui si consumano le esperienze costruttive che vedono il ripristino degli arredi delle basiliche di San Paolo fuori le mura e di Santa Cecilia in Trastevere, nonché la terminazione del lungo cantiere dell’Ara Coeli e la risistemazione della cattedrale lateranense.

Il ricco programma restaurativo si inquadra in quel clima preparatorio al grande giubileo del 1300. Nel quadro dell’esperienza, tutta francescana, dei cantieri assisiati e dei contatti eccellenti con le famiglie romane più nobili, prima fra tutte quella dei Colonna, il francescano Girolamo d’Ascoli, ossia papa Niccolò iv si interessò, appunto, immediatamente del restauro della basilica mariana. In questo gesto urgente e devoto, dovette giocare un ruolo fondamentale il legame affettuoso che lo legava alle reliquie del presepe, a cui, da buon francescano, doveva essere particolarmente vicino, tanto che, di lì a poco, proprio nella basilica dell’Esquilino, Arnolfo di Cambio risistemò e concepì la cappella del presepe.

di Fabrizio Bisconti

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23 agosto 2019

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