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Quel segreto nascosto
nella parola «dor»

· A colloquio con Alexandru Cistelecan ·

L’amore per i libri è nato per caso, «grazie a un incidente», spiega Alexandru Cistelecan, uno dei più raffinati critici letterari romeni, con sottile ironia ma ancora con tanta tenerezza per il bambino che è stato (e che, in quanto “esegeta di artisti”, continua a essere).

«Un episodio che nemmeno oggi riesco a dimenticare. Ero in terza elementare quando un giorno, in occasione di una festa, abbiamo avuto la possibilità (e il privilegio) di prendere un libro dalla biblioteca della scuola. Sfortunatamente (colpa dell’inganno delle apparenze, una trappola vera e propria) presi un libro che mi sembrava esotico, I ragazzi della Cina, ma che aveva soltanto un distico per pagina, sotto bellissimi disegni. Quando andai a completare la scheda, la professoressa non mi concesse di prendere un altro libro, anche se avevo già finito di leggere quello scelto. Mi vergognavo, andando verso casa e vedendo i grossi libri presi dai miei colleghi soffrivo davvero. Nessuno voleva fare a cambio! Per vendicarmi, il giorno seguente prima delle lezioni ero già alla porta della biblioteca e così ho potuto leggere alle mie nonne e alle loro amiche le fiabe di Ion Creangă, dei fratelli Grimm e di tanti altri. Le lacrime delle mie nonne, ascoltando le disavventure degli eroi, sono rimaste per me, ancora oggi, una chiara testimonianza del potere della letteratura».

In fondo, come scriveva T.S. Eliot già nei primi anni del Novecento, la poesia è davvero una forma di conoscenza intuitiva, capace di raggiungere chiunque.

«Eliot ha ragione, ma andrei ancora oltre. Porta anche a vivere dei momenti privilegiati, o almeno a prendere parte alla loro epifania. E permette di attraversare un mondo, un linguaggio così denso di significati da segnare nel profondo. Non puoi andare avanti senza la nostalgia di ciò che hai lasciato alle tue spalle». Uno degli esempi più facili e immediati, quando si parla dei tesori culturali dei pronipoti degli antichi daci, è l’opera del Byron romeno, Mihai Eminescu (1850 - 1889).

Un poeta che ha segnato un “prima” e un “dopo” nella letteratura, conferma Alexandru Cistelecan, ricordando uno dei suoi versi più lapidari Nu credeam să-nvăţ a muri vrodată “non credevo di imparare di morire, un giorno”.

«Eminescu è l’autore che ha inventato il lessico della nostra poesia, la sua musicalità, le sue tonalità. Ed è un poeta di grande e profonda complessità, sentimentale quanto profetico, riflessivo quanto immaginoso, visionario quanto pieno di tenerezza. Ognuno dei suoi versi ha immagini così concrete e fulminanti da avere la freschezza di un video. I problemi dell’uomo, i problemi dell’essere in ciò che hanno di fondamentale, di immutabile, oltre i cambiamenti che vengono con tempo, sono presenti nella sua poesia in un modo immediato e concreto, e per questo attuale. Voi italiani avete avuto Mario Luzi, un poeta davvero grande, ma per restare in Romania, nel territorio che mi è più familiare, penso a poeti contemporanei che bene esprimono la nostra epoca come Ion Mureşan, Ana Blandiana, Mircea Cărtărescu, Ileana Mălăncioiu, Angela Marinescu, Aurel Pantea. Mi fermo qui, perché non so quanto siano conosciuti fuori dal nostro paese, ma lo meriterebbero!».

Una chiave di lettura, per respirare qualcosa del Geist des Landes locale è una parola intraducibile come dorul, la nostalgia di qualcosa che non si è ancora vissuto, qualcosa di simile alla saudade portoghese.

«Sì — corregge il tiro Cistelecan — se nel significato è compreso anche un riferimento all’infinito ci si avvicina un po’ della sostanza del dor. Bisogna aggiungere, nel fondo di questo stato d’animo, un trauma ineffabile e una dose di speranza, mescolare bene e aspettare che fiorisca una revêrie malinconica che diventa musica del cuore». Una “musica” più facile da condividere ai tempi dei social network? O a più alto rischio di banalità? «Non amo particolarmente i festival letterari — confessa Cistelecan — preferisco leggere con la voce interiore; non mi piacciono gli spettacoli di poesia. Ma oggi anche da noi la poesia esce in piazza, nei bar, cosa che sembra gradita sia ai poeti che al pubblico. Ed è una cosa che lascia traccia anche nel modo di scrivere, più recitativo, più narrativo. Il pubblico di queste feste poetiche è esclusivamente fatto da giovani... che sono, certo, anche i protagonisti della letteratura su Facebook. Oggi, in un certo senso, è più difficile non scrivere poesie che scriverne».

La situazione è più complessa di quello che sembra e nonostante il proliferare continuo di parole via mail e via messaggi sms «la letteratura — continua Cistelecan — soffre un’acuta emarginazione nei nostri giorni, anche nel sistema scolastico. Però, gli sono rimasti i suoi appassionati, i suoi “devoti”. Sono contento, come insegnante, che tanti dei nostri studenti siano poi diventati poeti, scrittori ed esegeti della letteratura. Non credo ci sia regalo più grande e raro che vedere come un giovane acerbo e sprovveduto culturalmente cresce e si avvia, con slancio, con grinta, nel cammino della sua vocazione, scoperta sotto i tuoi occhi. Sono stato spesso davvero stupito da come questa “ingenuità iniziale” diventa creatività e responsabilità verso i propri doni. Alcuni miei studenti che non hanno passato l’esame al primo tentativo (ma forse non era solo colpa loro) si sono svegliati e hanno riscoperto la bellezza della letteratura. Qualche anno dopo, mi sono trovato a scrivere la recensione dei loro libri. Uno stop alcune volte fa bene».

di Silvia Guidi

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