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Quel rivoluzionario punto
del programma

· Per Sturzo il voto alle donne costituiva un necessario passaggio democratico ·

«Quelli che temono che il suffragio femminile possa danneggiare e turbare la compagine della famiglia, hanno una inesatta visione delle salutari e forti reazioni della natura»: è il 14 ottobre del 1917 quando Luigi Sturzo prende una posizione netta con un articolo uscito sul «Corriere d’Italia». Dalle parole ai fatti: meno di due anni dopo, fondando il Partito popolare italiano, Sturzo inserirà — al punto 10 — il voto alle donne nel programma costitutivo.

Adelaide Coari nel 1934

Una scelta e un’argomentazione non certo usuali per il tempo. Sul piano teorico, infatti, l’opposizione netta e trasversale all’allargamento del suffragio era fondata sull’idea che l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica fosse intrinsecamente legata alla loro soggezione nella sfera privata: in quanto destinate fisiologicamente, socialmente e giuridicamente alla casa e alla famiglia, la loro uscita nell’agorá, avrebbe minacciato l’ordine sociale e politico esistente. Non stupisce dunque che in Italia, prima della fine della grande guerra, fossero stati solo tre i progetti di legge presentati in materia: due (1867 e 1877) a firma dell’outsider Salvatore Morelli (ribattezzato ironicamente il «deputato delle donne») e uno (1904) del repubblicano Roberto Mirabelli. Tutti conclusi in nulla di fatto.

La posizione di Sturzo, del resto, era nuova non solo per la politica italiana, ma anche per la Chiesa. Le sue idee, infatti, ribaltavano completamente le parole di Pio X che ancora nel 1905 affermava «non elettrici, non deputatesse, perché è ancora troppa la confusione che fanno gli uomini in Parlamento. La donna non deve votare ma votarsi ad una alta idealità di bene umano (...) Dio ci guardi dal femminismo politico».

Invece il Partito popolare era favorevole al suffragio femminile, in quanto ritenuto un necessario passaggio democratico. Inoltre, con una scelta molto significativa e di rottura per l’epoca, aveva inserito una donna nel suo Consiglio nazionale: si trattava di Giuseppina Novi Scanni, napoletana di origine ma romana di adozione, esponente del sindacalismo femminile cattolico (e futura promotrice della Democrazia cristiana).

Don Sturzo, infatti, convinto come era che il voto alle donne non avrebbe danneggiato la famiglia, non solo considerava l’allargamento del voto amministrativo e politico «una conseguenza logica di una partecipazione extra-familiare alla vita sociale e agli interessi collettivi», ma soprattutto lo inseriva in una «concezione dinamica» della democrazia, vedendolo come «fattore complessivo di educazione civile».

C’è, in questa scelta rivoluzionaria, la consapevolezza di rappresentare una novità politica e culturale capace di trasformare e dare voce alle esperienze sociali e civili del mondo cattolico.

Dietro l’apertura, però, c’era anche — è importante ricordarlo — l’impegno delle donne cattoliche per sensibilizzare alla questione tutti i cattolici. Pensiamo all’attività di tante giovani, per lo più maestre o impegnate nell’organizzazione delle operaie, come Angelina Dotti, Adelaide Coari e Pierina Corbetta.

Ovviamente con la nascita del Partito popolare non scompariranno all’interno del variegato mondo cattolico forti chiusure contro la partecipazione politica femminile. Anzi. L’apertura al suffragio muliebre gioca, ad esempio, un ruolo centrale nell’attacco che «La Civiltà Cattolica» muove al programma del partito di Sturzo nel 1919: premesso che la ricerca della paternità e il voto elettorale alle donne costituiscono «punti indiscutibili espressi dal partito, ma per lo meno discutibili secondo le dottrine cattoliche, perciò da non imporsi alle coscienze dei cattolici», quello che deve essere chiaro è che il suffragio femminile, tutt’altro che un diritto o una prova di democrazia, è «una necessità sociale, per opporre i voti supposti conservatori delle donne ai voti generalmente sovversivi dei socialisti, degli anarchici o di altri siffatti partiti estremi. Tale è la condizione angosciosa della società contemporanea: simile al colmo di una crisi nell’infermità, sospinge ai rimedii più risoluti ed estremi, ancorché pericolosi. Ma non perciò li fa desiderabili in se stessi, molto meno un ideale di progresso».

Come noto, comunque, ancora una volta tutto si risolverà in nulla, e il fascismo farà il resto. Se il voto le donne italiane lo otterranno solo grazie al famoso decreto n. 23 del 31 gennaio 1945, ribattezzato “De Gasperi - Togliatti”, resta che, al di là di tante altre valutazioni, grazie a quel sacerdote di Caltagirone il segretario della Democrazia cristiana poté vantare una chiara tradizione cattolica in questo senso.

di Giulia Galeotti

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16 settembre 2019

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