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Quel quarto d'ora che è tutta una vita


· Epitaffi paleocristiani in memoria di bambini defunti ·

Le nostre giornate sono attraversate da notizie rapide, che non ci lasciano riflettere, fino in fondo, sul senso profondo di alcuni avvenimenti, che entrano, in poche ore, nella routine, per poi sparire dai nostri pensieri.

La morte dei neonati o dei bambini, oggi complicata da scelte difficili, comunque dolorose, dovute agli aggiornamenti medici e terapeutici che, infine, chiedono una risposta finale, è stata sempre un trauma per i genitori, per le famiglie, per le comunità.
Ne sono testimonianza eloquente e commovente gli epitaffi paleocristiani, che con le parole, talora semplici o qualche volta organizzate in piccoli componimenti poetici, e le immagini graffite raccontano la breve storia del defunto. Da questi documenti funerari emergono — come è noto — i fatti salienti della breve vita del bambino, di cui si contano gli anni, i mesi, i giorni, le ore e persino i quarti d’ora, dimostrando l’attaccamento dei genitori ai loro piccoli.
In questo orizzonte emerge l’epitaffio marmoreo del neonato Maris sepolto nel complesso catacombale di Aproniano sulla via Latina, non lontano dal cimitero dei santissimi Gordiano ed Epimaco e dagli ipogei di Trebio Giusto e di via Dino Compagni. Il testo prende avvio proprio con il nome del defunto, interrotto da un cristogramma, secondo una rara prassi che — a parere del padre Antonio Ferrua — compare una decina di volte nella “Roma sotterranea cristiana”. Il nome avrebbe origine siriana o punica o potrebbe anche rappresentare una variante di Marius. Il bimbo era poco più di un neonato, avendo vissuto solo nove mesi e ventuno giorni. La formula cum pace conclude il testo per augurare la vita eterna al piccolo defunto.
A destra, in minime dimensioni, è incisa l’immagine del neonato, che si agita in una culla di vimini e che si diverte con un giocattolo. A questo riguardo, Ferrua preferì interpretare l’oggetto, che il neonato tiene tra le manine, come un poppatoio da cui succhia il latte.
Lo struggente distacco della famiglia dai bambini in tenera età è testimoniato anche da una suggestiva pittura su un loculo del secondo piano delle catacombe di Priscilla, che proprio in questi giorni è oggetto di un sistematico intervento di scavo archeologico. L’affresco, riferibile agli inizi del iv secolo, rappresenta una madre attorniata da ben cinque figli. Il dolce rapporto tra madre e figlio è poi documentato da una serie di raffigurazioni, che sembrano seguire lo schema della virgo lactans: dalla Natività e dalla Velata ancora a Priscilla a un rilievo funerario di san Sebastiano, tutti riferibili ancora al iii secolo.
La lastra di Maris, per grafia, formulario e per l’inserimento del cristogramma, ci accompagna verso la tarda età costantiniana. È proprio in questo periodo — secondo i Padri della Chiesa — che il rapporto con i figli doveva seguire, sin dai loro primi anni di vita, delle coordinate educative e pedagogiche ben precise, dettate dalla tenerezza con cui i genitori fanno a gara nel dimostrare il proprio ruolo. Infatti, come puntualizza Ambrogio — commentando il comportamento di Rebecca ed Isacco nei confronti dei figli (Su Giacobbe e la vita beata 2, 2, 7) — la madre deve esprimere l’affetto e il padre il giudizio.
Il coro patristico è unanime: «E voi padri non vogliate esasperare i figli» scrive Girolamo (Commento alla lettera agli Efesini 3); «Ogni padre di famiglia si senta impegnato ad amare i suoi figli con affetto davvero paterno» ricorda Agostino (Commento al Vangelo di Giovanni 51, 13); «Abbraccia i bambini, prendiamoli tra le nostre braccia e stringiamoli per dimostrare loro la nostra tenerezza» raccomanda Giovanni Crisostomo (Sull’educazione dei figli 19, 22). Tutti i padri della Chiesa fanno riferimento alla premura e all’affetto per i figli, ricordando che, nell’ambito della famiglia, la madre non nutre soltanto i figli, ma li ama, lavora per loro ed è mite, insegna loro a condurre una vita serena, mostrando, con l’esempio, di amare Dio.
La mortalità infantile, assai diffusa in tutto il mondo antico, sembra acutizzarsi nel corso della tarda antichità: nelle sepolture dei cimiteri romani, ad esempio, sono deposti centinaia di bambini morti molto presto dopo la nascita, le cui tombe sono chiuse da coperture anepigrafi, mentre — come si diceva — non mancano testi funerari molto sobri, che definiscono i piccoli come innocentes, infantes, pueri, parbuli.
Ma torniamo al nostro neonato di Aproniano: il giocattolo con cui si diverte, in maniera vivace, potrebbe essere identificato con un tintinnabulum, un sonaglio, simile a quei campanelli metallici trovati nei loculi delle catacombe, sia come arredo, che come corredo delle sepolture e che, presumibilmente, dovettero essere appartenuti davvero ai piccoli defunti, rappresentando il corrispettivo delle bambole in avorio o in osso associate alle sepolture delle bambine.
La culla, dove si agita Maris, ci fa conoscere la tipologia viminea assai diffusa nella tarda antichità, come testimoniano le scene di natività nei sarcofagi paleocristiani che, appunto, mostrano culle realizzate con una trama di vimini.

La lastra incisa di Maris, ora conservata nel nuovissimo museo di Domitilla intitolato a “Il mito, il tempo, la vita”, vuole evocare tutta l’energia e la vivacità che dovevano caratterizzare questo piccolo cristiano, per illuminare le ombre del lutto e del dolore e per far emergere qui i pochi mesi di gioia che il neonato aveva regalato alla famiglia.

di Fabrizio Bisconti

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