Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quel punto fermo

· Fede e immaginazione: Thomas Stearns Eliot ·

L’itinerario personale e artistico di uno dei massimi poeti, saggisti e drammaturghi del Novecento

«L’artista perfetto è colui che separa il più completamente possibile in se stesso l’uomo che soffre dalla mente che crea, per poter così metabolizzare e trasformare le passioni che sono il suo materiale». Questa teoria del processo di elaborazione artistico, contenuta nel saggio Tradizione e Talento Individuale, pubblicato nel 1917, offre senza ombra di dubbio la migliore esemplificazione di ciò che Thomas Stearns Eliot ha inteso come ruolo dello scrittore.

Frank Rampolla, «Thomas and the Four Tempters iii» dal portfolio «Murder in the Cathedral» (1966)

Il suo itinerario personale — che lo condusse a una convinta adesione alla fede anglo-cattolica — e quello artistico, che lo ha sicuramente reso uno dei massimi poeti, saggisti e drammaturghi del nostro secolo, sono strettamente e indissolubilmente intrecciati e sintetizzano in certa misura tutto il travaglio dell’arte novecentesca. Ma in Eliot più ancora che in altri autori del secolo scorso, questo travaglio, questa ricerca, diviene un percorso di affinamento, di purificazione, personale e letteraria. Un cammino di ascesa sulle tracce della Commedia dantesca, che senza dubbio è stata una delle sue massime fonti di ispirazione.

Partito dalle sponde del Mississippi (nacque infatti a Saint Louis nel 1888) per giungere a Londra, dove acquisì la cittadinanza inglese, Eliot, premio Nobel per la letteratura nel 1948, fece della sua vita un cammino continuo di ricerca. Intima, profonda e spesso dolorosa, essa mirava alla scoperta, sia nell’arte che nell’esistenza quotidiana, di ciò che è vero ed essenziale, liberandosi allo stesso tempo dall’ingombrante fardello delle passioni.

È stato proprio questo suo costante e spesso ostinato tentativo a rendere Eliot inviso a molti critici che gli hanno rimproverato la sua “scarsa umanità”. Ma per il poeta, come per altri grandi letterati del XX secolo, non era tanto importante il successo commerciale o di critica quanto poter giungere, nella nebbia e nello sterile frastuono della vita, a un attimo d’illuminazione, per quanto fugace. La sua massima aspirazione era quella di edificare, con la riflessione, con la pratica artistica e con la preghiera, un “ponte” che lo conducesse a contatto con l’assoluto.

Tutto ciò non impedì tuttavia a Eliot di nutrire una profonda comprensione e simpatia per il travaglio dell’uomo moderno. Ne è prova il Canto d’amore di J. Alfred Prufrock, del 1911, significativamente aperto da un’epigrafe con i versi del XXVII canto dell’Inferno di Dante (Guido da Montefeltro) che, con san Giovanni della Croce, con Shakespeare, con i poeti metafisici dell’epoca elisabettiana e con Poe, costituisce come detto la massima influenza nell’opera del poeta.

«Allora andiamo, tu ed io, / Quando la sera si stende contro il cielo / Come un paziente eterizzato disteso su una tavola, / Andiamo per certe strade semideserte, / Mormoranti ricoveri / Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo / E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche, / Strade che si susseguono come un tedioso argomento / Con l’insidioso proposito / Di condurti a domande che opprimono... / Oh, non chiedere “Cosa?” / Andiamo a fare la nostra visita».

Il «tu ed io» di questa strofa sono riferiti in realtà a un’unica persona, J. Alfred Prufrock, appunto, prototipo dell’uomo moderno condannato all’immobilità, quasi a quella narcosi richiamata nel terzo verso. Il suo è il «monologo interiore» di chi si sente incapace di agire, perché lontano dalla luce. Ma non per questo Eliot disprezza il suo personaggio. Il suo dramma è infatti condiviso da tutti gli uomini e, quindi, dal poeta stesso.

Anche in Gerontion (1920), titolo che richiama la vecchiaia, torna il tema dell’impossibilità dell’azione. «Eccomi qui, vecchio in un mese arido. Mentre un ragazzo mi legge, aspettando la pioggia. / Non fui alle gole infuocate / Né combattei nella calda pioggia / Né col ginocchio affondato dentro paludi salmastre / Combattei, agitando una daga, e morso dalle mosche». È questa la «confessione» di un uomo non necessariamente anziano, ma sicuramente consapevole della pochezza della sua esistenza. L’epigrafe, tratta stavolta da Misura per misura di Shakespeare, aiuta a chiarire i contenuti della poesia: «Non sei né giovane né vecchio, ma è come se dormissi dopo pranzo, sognando di entrambe queste età». Il tono disincantato e vagamente canzonatorio di queste parole fa da contraltare a quello «eroico» e «barbarico» della prima strofa. Gerontion non è, appunto, né giovane né vecchio, in lui si riconoscono tutte le età di un’umanità costretta a confessare la propria resa di fronte alla vita.

Ma in questa poesia compare un elemento fondamentale che Eliot riprenderà ne La Terra Desolata e ne I Quattro Quartetti che unitamente al Mercoledì delle Ceneri costituiscono forse le sue opere più mature. Si tratta dell’immagine dell’acqua intesa come concreto simbolo (o correlativo oggettivo come amava definirlo Eliot nei suoi saggi) del «dono» dell’illuminazione da raggiungersi attraverso la purificazione.

Ne La Terra Desolata (1922), i personaggi che, all’inizio del poemetto, considerano aprile il mese più crudele perché capace di risvegliare la loro umanità sepolta dal ghiaccio dell’inverno, trovano riscatto, nella iv sezione, nella figura di Phlebas il Fenicio, la cui «Morte per Acqua», costituisce sicura garanzia di trasformazione e di rinnovamento. Annegando, il protagonista dimentica «e il profitto e la perdita», entrando finalmente a far parte senza più riserve dell’autentico fluire dell’esistenza.

Ne I Quattro Quartetti (1943) — opera che allude nel titolo a Beethoven ma che in realtà risente moltissimo dell’influenza della Divina Commedia — Eliot intraprende il suo definitivo cammino di purificazione. E per far ciò parte dal territorio della memoria, dal “suo” Mississippi le cui travolgenti acque sono ancora una volta simbolo del sincero desiderio di cambiamento. I Quattro Quartetti sono un’opera lucida e brillante come una gemma. Ma in essi la freddezza di cui il poeta è stato spesso accusato è solo un’impressione superficiale. «L’arte è un’emozione impersonale», amava ripetere Eliot, il quale distaccando da sé le sue poesie riusciva a conferire loro una dimensione universale, coinvolgendo nella sua ricerca ogni uomo e ogni donna. L’ambientazione de I Quattro Quartetti è spesso quella tetra e pesante delle metropoli moderne e da questo «inferno» contemporaneo, che simboleggia la notte dell’anima, il poeta parte, in compagnia di molte figure-guida, per il suo viaggio verso la luce. La sua meta ultima è quel “punto fermo” da cui poter osservare e comprendere, anche se solo per un attimo, l’ordine superiore che, nonostante tutto, regna sul turbinio apparentemente casuale del mondo e dell’esistenza umana.

di Giuseppe Fiorentino

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE