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Quel Paradiso lost in translation

· Recente enorme successo per il capolavoro di John Milton ·

Vi sono opere che in epoche percorse da agitazioni e tumulti destano nei lettori un rinnovato interesse. Esemplari, in merito, sono i romanzi di Tolstoj e di Dostoevskij assurti allo status di bestseller — come documentato anche da studi specifici condotti a livello internazionale — ogni qualvolta ritorna prepotente il desiderio della persona di riaffermare la propria identità e la propria dignità perché lese da soprusi e angherie. Subito dopo la seconda guerra mondiale, quella volontà di riscatto che anima sia Guerra e pace sia Delitto e castigo sancì, per esempio, una nuova fioritura dei due capolavori: essa ben si addiceva infatti al desiderio della gente di mezza Europa di rifarsi da una lunga serie di misfatti e umiliazioni.

Illustrazione di Gustave Doré per il «Paradiso perduto»» di Milton (1866)

Questa sorta di propizio incastro si verifica ora con il caso editoriale, evidenziato in questi giorni dal «Guardian», relativo al Paradiso perduto di John Milton, poema epico in versi sciolti pubblicato nel 1667. Negli ultimi cinquant’anni quest’opera che racconta l’episodio biblico della caduta dell’uomo (la tentazione di Adamo ed Eva a opera di Satana e la loro cacciata dal giardino dell’Eden) ha conosciuto un numero sempre crescente di traduzioni, ben superiore rispetto a quello registrato nel corso di più di tre secoli.

Nel recente libro Milton in Translation, curato dall’Oxford University Press, e al quale ha collaborato un ampio ventaglio di accademici, non solo si evidenzia che il capolavoro di Milton è stato tradotto negli ultimi tempi in cinquantasette lingue, fino a comprendere il faroese e il manx, il tamil e il tongan, ma che tale opera ha conseguito una rinnovata e vastissima attenzione perché trova terreno fertile in fasi storiche caratterizzate da «ideologie ribelli» e da «nazionalismi».

Angelica Duran, dell’università di Purdue, Islam Issa, della Birmingham City University, e Jonathan Olson, dell’università del Grand Canyon rilevano che il Paradiso perduto ha riscosso grande successo in Estonia, dove la traduzione dell’opera è stata concepita come un «atto di resistenza nazionale» contro l’Unione Sovietica, nonché in Vicino oriente all’epoca delle sanguinose rivolte che hanno cadenzato la cosiddetta primavera araba.

Significativo poi è il caso del prigioniero politico jugoslavo Milovan Djilas, che ha tradotto il Paradiso perduto in serbo-croato, tra il 1960 e il 1970, mentre era in cella, scrivendo di nascosto sulla carta igienica.

Gli accademici osservano poi che è la stessa «scrittura rivoluzionaria» di Milton — autore di versi talora criptici inquadrati in strutture spesso ellittiche e spiazzanti — che contribuisce a far sì che il Paradiso perduto ben si attagli a quelle epoche storiche in cui si manifesta con particolare vigore l’urgenza di rimuovere l’ingombro di gioghi e pastoie in nome della libertà di pensiero e di azione.

di Gabriele Nicolò

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11 dicembre 2019

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