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Quel Manifesto rosso

· Il messaggio dell’imperatore Kangxi a Papa Albani sulla controversia dei riti cinesi ·

Un ritratto ufficiale dell’imperatore Kangxi

Il Manifesto rosso è la prima comunicazione ufficiale da parte della suprema autorità cinese ad un Papa. Il 31 ottobre 1716, a Pechino, l’imperatore Kangxi (ha regnato dal 1661 al 1722), della dinastia Qing, scrisse a papa Clemente XI (papa Giovanni Francesco Albani, regnante dal 1700 al 1721). Il Manifesto rosso rappresenta uno dei momenti di alta tensione tra Pechino e Roma a causa della controversia dei riti cinesi.

Il manifesto è un documento redatto in tre lingue, cinese, mancese e latino, in cui l’imperatore Kangxi informa Clemente xi dell’autenticità della delegazione da lui inviata a Roma qualche anno prima, ma non ricevuta dal Papa. La delegazione era capeggiata dal gesuita torinese Giuseppe Provana, e includeva il giovane funzionario cinese Fan Shuyi. Giuseppe Castiglione e gli altri missionari presenti a corte firmarono la traduzione latina.

La controversia dei riti cinesi

Per comprendere il significato storico del Manifesto rosso, bisogna descrivere, almeno brevemente, la controversia dei riti cinesi. In realtà la vicenda è oltremodo complicata e meriterebbe un articolo specifico. La controversia, sorta nel 1635 e conclusasi nel 1742 (con un contraddittorio epilogo nel 1939) è stata un importante punto di svolta nella storia del cattolicesimo cinese, segnando la traumatica fine della missione iniziata da Matteo Ricci. Fu generata dalla contrarietà da parte di missionari domenicani e francescani da poco arrivati in Cina alla pratica “dell’accomodamento” di Matteo Ricci e compagni.

I rituali ancestrali erano religiosi o civili? I cristiani vi potevano partecipare? Solo passivamente o anche attivamente? Queste erano le principali questioni attorno a cui sorse la controversia. Le posizioni contrastanti da parte dei missionari erano dovute a differenti visioni teologiche. Ma non mancò la pesante interferenza delle nazioni coloniali, Portogallo, Spagna e poi la Francia, che attraverso l’istituto del patronato sulle missioni erano in grado di esercitare la loro influenza.

C’entrano anche radicate polemiche tra ordini religiosi. I gesuiti sostenevano la liceità dei riti, mentre la maggior parte degli altri missionari erano su posizioni opposte. La Santa Sede, chiamata in causa per risolvere l’aspro conflitto, per lungo tempo non fu in grado di prendere una decisione chiara e di farla rispettare. La polemica si trascinò per più di cent’anni; il dibattito raggiunse la Sorbona di Parigi e coinvolse gli intellettuali dell’Europa, raggiungendo un incredibile livello di animosità e complessità.

Fin dall’inizio del diciottesimo secolo sia il Papa Clemente XI che l’imperatore Kangxi intervennero personalmente nella controversia, sperando di risolverla. Clemente XI era incline a disapprovare i riti, senza però distruggere la missione gesuitica in Cina, che stimava. Inviò un primo delegato in Cina, Charles De Tournon Maillard (1703-1710), il quale però, inadatto com’era al suo ruolo delicato, peggiorò, e di molto, la tensione tra Pechino e Roma. Kangxi decise, a sua volta, di mandare una delegazione a Roma, guidata da Giuseppe Provana, accompagnato dal gesuita spagnolo José Raimundo De Arxo e dal già menzionato Louis Fan Shouyi, che in seguito divenne sacerdote gesuita. Una volta raggiunta Roma nel febbraio 1709, Provana consegnò in Vaticano cinque memoriali. Il Papa lo ricevette brevemente, ma non accettò le sue credenziali come legato dall’imperatore, e non gli permise di tornare in Cina. Provana e il suo compagno cinese furono esiliati prima a Milano e poi a Torino.

Per diversi anni Kangxi attese invano notizie circa la sua delegazione. Nel frattempo Clemente XI rinnovò il divieto dei riti cinesi con il decreto Ex illa die (1715). Copia di esso arrivò in Cina nell’agosto del 1716. Clemente XI sapeva che l’imperatore si sarebbe opposto al decreto, e così decise di non renderlo pubblico e di non imporre alcuna norma di applicazione. Solo i missionari, secondo le intenzioni del Papa, avrebbero dovuto ricevere il decreto e trovare il modo adatto di applicarlo.

Nel novembre 1716 Carlo Orazi da Castorano, vicario generale di Pechino, un francescano inviato in Cina dalla Congregazione di Propaganda Fide, prese l’iniziativa di rendere noto il decreto Ex ille die ai missionari della capitale, a cominciare, naturalmente, dai gesuiti. Agenti imperiali scoprirono le azioni di Carlo Orazi e lo arrestarono. Lo zelante missionario francescano trascorse in carcere una settimana difficile (7-14 novembre 1716) e accusò i gesuiti di essere i responsabili della sua sventura, e persino di aver tentato di avvelenarlo.

Il Manifesto rosso

Il Manifesto rosso fu rilasciato proprio nei giorni in cui accaddero queste penose vicende. L’imperatore Kangxi decise di fare un passo senza precedenti: inviare un messaggio diretto e pubblico al Papa. Lo storico documento fu emesso il 31 ottobre 1716, chiamato Manifesto rosso (hongpiao) per il colore dell’inchiostro.

Il Manifesto rosso inviato a Clemente XI dall’imperatore Kangxi

Il testo, come già accennato, era in lingua cinese, mancese (la lingua dell’imperatore) e in latino (la lingua del Papa). In esso si dichiara che Giuseppe Provana era davvero ambasciatore imperiale, e che lo stesso Kangxi non avrebbe accettato nessuna decisione papale che Provana non avrebbe approvato e trasmesso di persona. Kangxi ordinò ai sedici missionari presenti a corte, indipendentemente dalla loro opinione circa i riti, di firmare il documento. È probabile che Kangxi volesse, con quella impressionante serie di firme, mettere una certa pressione sul Papa, ma anche di rassicurarlo circa l’autenticità delle sue parole.

Ecco la traduzione italiana (a cura di chi scrive) del Manifesto rosso:

«Nel 47mo anno del regno dell’imperatore Kangxi, gli occidentali (...) Giuseppe Provana e José Raimundo de Arxo furono nominati legati e partirono per l’Occidente su ordine imperiale. Nel corso di questi numerosi anni non ci sono giunte notizie da parte loro. Nel frattempo però sono arrivate qui missive di difficile interpretazione o accreditamento — probabile riferimento al decreto Ex ille die —. Per questo motivo, abbiamo inviato a Roma un’altra lettera, attraverso la Russia, che speriamo giunta a destinazione. Fino a quando gli uomini che abbiamo inviato non saranno tornati e tutto sarà finalmente chiarito, noi non possiamo dare credibilità ad altre iniziative — probabile riferimento alla diffusione a Pechino del decreto di Clemente xi da parte di Carlo Orazi —. Se i nostri inviati non tornano, non potremmo avere prova dell’autenticità del messaggio che altre lettere contengono, e dunque non potremmo riporre in esse la nostra fiducia. Pertanto, temendo che un’altra lettera non giunga a destinazione, abbiamo stampato e timbrato, con il sigillo del governatore della provincia di Guangdong, questo manifesto, che include una versione in lingua occidentale. È un documento pubblico, molte copie sono distribuite agli occidentali, in modo che possano portarle con sé nel loro ritorno. Dato il diciassettesimo giorno del nono mese dell’anno 55mo di Kangxi» data corrispondente al 31 ottobre 1716). Per ordine dell’imperatore noi sottoscriviamo.

Nella parte inferiore della sezione latina sono visibili le firme dei missionari: i gesuiti Kilian Stumpf, Dominique Parrenin, Giuseppe Baudino, Pierre Vincent De Tartre, Frantz Stadtlin, José Suares, Pierre Jartoux, Jacques Brocard, Joachim Bouvet, João Francisco Cardoso, Giovanni Giuseppe Costa, Jean Francois Foucquet, João Mourao, Giuseppe Castiglione; il lazzarista Teodoro Pedrini e il sacerdote di Propaganda Fide Matteo Ripa.

Gli ultimi due, Pedrini e Ripa, dovettero firmare il manifesto anche se contrari ai riti e fieri avversari dei gesuiti.

Come ordinato, il manifesto fu distribuito tra gli europei in Cina, in modo che almeno una copia potesse raggiungere Roma. Fu inviato a Roma anche attraverso la via della Russia. Il manifesto misura 39 per 93 centimetri, è stato stampato in inchiostro vermiglio con un bordo raffigurante dragoni a cinque artigli, simbolo riservato ai proclami dell’imperatore. Non pare ci siano altri casi in cui l’inchiostro rosso sia stato usato, in Cina, per documenti di questo tipo. Era dunque considerato un documento specialmente importante.

Il testo fu scritto in lingua mancese dallo stesso Kangxi, e i funzionari della stamperia imperiale lo tradussero in cinese. L’imperatore la rettificò, mentre i missionari gesuiti lo tradussero in latino. Uno dei pochi esemplari originali del manifesto ancora esistenti al mondo si trova presso il Ricci Institute di San Francisco. Recentemente nel corso di una ricognizione presso la biblioteca Trivulziana, al Castello Sforzesco di Milano, nell’ambito di una ricerca promossa dalla Fondazione Prospero Intorcetta di Piazza Armerina, è stata rinvenuta una copia originale del Manifesto Rosso. Il gesuita Prospero Intorcetta, missionario in Cina nel diciassettesimo secolo, è stato tra i migliori sinologi della Compagnia di Gesù, e colui che più di ogni altro introdusse il pensiero di Confucio in Europa.

L’esito della controversia

Il Manifesto raggiunse Roma e ebbe l’effetto desiderato dall’autorevole committente. Clemente XI richiamò Provana a Roma e finalmente lo inviò in Cina, con il messaggio che era in preparazione una nuova delegazione pontificia. Provana morì in viaggio. Il suo assistente Fan Shouyi, l’unico superstite della delegazione, fu ricevuto da Kangxi, che si indignò ulteriormente al racconto delle sue vicissitudini in Italia. Anche la seconda delegazione pontificia (1719), guidata da Carlo Ambrogio Mezzabarba, non risolse la questione. Clemente XI e Kangxi morirono rispettivamente nel 1721 e nel 1722: i due fieri avversari non riuscirono a risolvere la controversia che li aveva divisi, nonostante le loro ragguardevoli personalità e le numerose iniziative reciproche. Yongzheng e Qianlong, successori di Kangxi, decretarono la proscrizione del cattolicesimo e l’espulsione dei missionari. Solo i missionari scienziati e artisti, tra i quali Giuseppe Castiglione, poterono rimanere a corte, a prezzo di una vita di grande sacrificio.

Nel 1742, Benedetto XIV condannò solennemente i riti, imponendo sanzioni gravissime e l’obbligo di uno speciale giuramento a tutti i missionari. La controversia finì, ma anche la missione iniziata da Matteo Ricci. Perdendo una battaglia così importante, i gesuiti subirono anche una pesante ripercussione circa la loro reputazione. Credo che l’amara sconfitta subita in Cina fu una delle concause che portò, nel 1773, alla soppressione della Compagnia di Gesù da parte del papa francescano Clemente XIV.

di Gianni Criveller

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