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Quel guazzabuglio
dell’animo umano

· In «Knife» l’ultimo avvincente thriller di Jo Nesbø ·

L’unico neo è che ci sono più o meno cento pagine superflue: per il resto è il solito grande thriller quello a firma di Jo Nesbø, Knife (London, Penguin Random House, 2019, pagine 531, sterline 13,99) appena uscito in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e al momento disponibile nelle librerie italiane nella versione inglese: il testo originale è scritto in norvegese, essendo l’autore nativo di Oslo. Ancora una volta il protagonista, il detective Harry Hole, spadroneggia con la sua figura imponente e scarruffata, cui per contrasto, riuscitissimo, si lega una lucidità cartesiana nello sbrogliare intricate matasse e nell’orientarsi in labirintiche deduzioni, al fine di scoprire la verità. Spesso molto amara.

Lo scrittore norvegese Joe Nesbø

Ma è anzitutto la figura di Jo Nesbø a imporsi. Flaubert aveva dichiarato apertamente di odiare madame Bovary perché, nonostante fosse una sua creazione, aveva finito per rubargli la scena, eclissandolo di fronte al favore della critica e del pubblico dei lettori. Lo stesso processo non è avvenuto, almeno per il momento, con Nesbø. Infatti i suoi ammiratori, e sono tanti e in numero crescente, sono affascinati in primo luogo dal suo curriculum: è stato musicista e attore, come pure è stato un giocatore di calcio nella squadra del Molde, con cui ha vinto una competizione nazionale riservata ai giocatori Under-19. Prima di dedicarsi al thriller, ha lavorato anche come giornalista free-lance e ha fatto il broker in borsa. Insomma si tratta di un percorso molto particolare, se non inedito, per uno scrittore ora considerato, giustamente, uno dei migliori giallisti in circolazione. Ha venduto più di quaranta milioni di copie nel mondo, e i suoi romanzi sono stati tradotti in molteplici lingue.

Anche nel suo ultimo thriller figurano alcuni luoghi comuni: l’anima buia e tormentata di Hole trova refrigerio e consolazione, entrambi effimeri, nel bere, e tanto. Nello stesso tempo le autorità di polizia competenti gli negano l’autorizzazione, vista la sua instabile situazione psicologica e considerando i suoi comportamenti non in linea con il protocollo, a indagare un caso di omicidio che, al contrario, richiederebbe, per essere risolto, tutta la sua competenza. Di ciò le autorità sono ben consapevoli, e così, anche in Knife, esse si trovano combattute tra la volontà di far rispettare le regole e il sotterraneo desiderio di aggirarle sapendo che chi quelle regole spesso le viola è anche il solo in grado di scoprire l’assassino. Mettendo anche a rischio la propria vita e gli affetti più cari.

Questo scenario, appunto ormai collaudato, è stato già allestito in altri suoi capolavori, da Il pettirosso a La stella del diavolo, da L’uomo di neve (definito all’unanimità il suo fiore all’occhiello) a Il leopardo. Ma non si tratta di una stanca ripetizione causata da un’ispirazione incapace di trovare vie nuove. Il lettore fedele di Nesbø sa che dopo questa sorta di incipit, il giallo comincia a prendere velocità per poi decollare. E quando, alla fine di un intreccio avvincente e pieno di colpi di scena, il thriller “atterra”, l’esito congegnato sorprenderà tutti, anzitutto coloro che nel corso della lettura avevano pensato di aver indovinato l’assassino.

Anche in Knife l’autore sfoggia uno dei pezzi forti del suo repertorio, ovvero la riflessione, acuta e illuminante, sui moti più reconditi dell’animo umano che — di fronte alle sfide e alle iniquità dell’esistenza — viene sempre più a configurarsi come un guazzabuglio di tensioni, emozioni, inclinazioni. Il tutto segnato, in filigrana, da una sorta di vocazione a essere contraddittori, che accomuna i principali personaggi del romanzo. Una contraddizione che investe, invariabilmente, principi e scelte. Di conseguenza ci si trova spesso, mentre si è avvinti dalla trama che si dipana, ad annuire tra sé e sé, perché in un modo o nell’altro il lettore sa di potersi riconoscere in certe affermazioni, se non addirittura in certi personaggi.

In Knife, pur in un contesto torbido e cupo, trova spazio, ampio e luminoso, l’elogio dei valori fondanti della società civile: l’amicizia, la lealtà, il rispetto per la famiglia anche laddove, tra infedeltà e tradimenti, essa viene inquinata e violata nella sua ragione d’essere. E la forza del giallo plasmato da Nesbø, il suo valore aggiunto, sta proprio qui: esso non si esaurisce nell’intreccio, per quanto eccellente e a tratti anche geniale, ma si carica di una dimensione alta, privilegiando una meditazione diretta a investire gli interrogativi fondamentali che interpellano l’animo umano.

Il versante propriamente giallistico e la riflessione squisitamente umana non procedono parallelamente. Al contrario, s’intrecciano nel corso della narrazione e in questa osmosi Nesbø mostra la capacità di presentare la riflessione sull’animo umano come preziosa alleata dell’indagine alla ricerca del colpevole. Certi delitti non nascono per caso, ma sono il tragico esito di un cammino verso il baratro che parte da molto lontano. In questo senso Knife può essere definito un thriller-saggio, che compone in felice sintesi le due dimensioni. Questo inedito registro narrativo è talora “macchiato” da una deriva predicatoria: qualche lapidaria sentenza che inchioda sarebbe stata preferibile a monologhi che rischiano di risultare un po’ verbosi. Ma a parte ciò, Knife — che non risparmia stoccate alle crudeltà e alle violenze nei conflitti in Iraq e in Afghanistan, e alla follia della guerra in generale — si viene ad aggiungere, a pieno titolo, alla lunga e illustre lista di romanzi di Nesbø, il quale, qualche anno fa, aveva accennato alla prospettiva di non scrivere più gialli. Smentendo se stesso ha poi scritto un altro grande thriller, Polizia e il finale di questa sua ultima fatica lascia intendere che un’altra indagine dell’immarcescibile Harry Hole — alla scoperta di un nuovo assassino e nel segno di un’incisiva e illuminante riflessione sulle verità e sulle menzogne che convivono nell’animo umano — vedrà la luce. Per la delizia dei suoi lettori.

di Gabriele Nicolò

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20 ottobre 2019

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