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Quel grande Paese amato da Musil

· ​L’Ungheria e le sue ferite ·

József Mindszenty sotto processo nel 1948

Si parla poco dell’Ungheria, ma il volume appena pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana nella collana del Pontificio Comitato di Scienze Storiche (n. 45) serve a ricordarci quante sofferenze e quanti rancori si celino in questo paese, sconvolto e sfigurato da ciascuna delle grandi tragedie della storia novecentesca: le due guerre mondiali, il nazismo e il comunismo: Rapporti diplomatici tra la Santa Sede e l’Ungheria (1920-2015), a cura di András Fejérdy, 390 pagine, 28 euro. Fino al 1918 il regno d’Ungheria — metà della duplice monarchia austro-ungarica — era una grande potenza europea, collocata proprio al centro dell’Europa ed estesa su 325 chilometri quadrati, più dell’Italia attuale. Andava da Fiume, sull’Adriatico, fino a Brasov, oggi nella Transilvania romena. La prima guerra mondiale distrusse questa fragile e poderosa costruzione — la mitica Cacania descritta da Robert Musil in una pagina indimenticabile de L’uomo senza qualità: «nazione incompresa e ormai scomparsa, che in tante cose fu un modello non abbastanza apprezzato» — provocando un cumulo di macerie che ancora gravano su di noi. L’Ungheria postbellica perdette due terzi dell’antico territorio e la popolazione fu ridotta da venti a sette milioni. Un trauma da cui il paese non si è mai ripreso e che continua a condizionarne la politica, come ribadisce anche in queste pagine il ministro degli esteri di Budapest Péter Szijjártó: «L’Ungheria non rinuncia mai, in nessun caso, neanche a uno solo dei suoi cittadini», dovunque si trovino. 

La catastrofe seguita alla prima guerra mondiale è qui ben descritta da Márk A. Érszegi. Due terzi delle antiche terre della corona di santo Stefano — come si definiva l’Archiregnum Hungaricum — passarono agli stati successori: Romania, Austria, Cecoslovacchia, Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi di Iugoslavia). Diocesi smembrate, vescovi trattati improvvisamente da nemici, preti e fedeli senza più patria né identità. Molti si perdettero. Dovunque dilagarono nazionalismi sfrenati, privi di criterio e di misura. 

di GianPaolo Romanato

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23 agosto 2019

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