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Quel gesto
dell'ignoto architetto

· ​L'accesso al Paradiso tra simboli e interpretazioni ·

Osservando lo schieramento di personaggi che campeggia in primo piano a destra, nella Consegna delle chiavi di Perugino alla Sistina, non si fa fatica a notare un ignoto architetto (segnalato come tale dalla squadra che tiene nella mano sinistra) che indica a un collega l’edificio a pianta centrale sullo sfondo. Da parte della critica si è tergiversato, quando non si è glissato, su quel gesto; ma esso è inequivocabile. Il volume Le chiavi del Paradiso. 

Perugino, «Consegna delle chiavi» (1481-1482, Cappella Sistina, Città del Vaticano)

Primato petrino e devozione mariana di Sisto IV tra Cappella Sistina e S. Maria della Pace di Lorenzo Cappelletti e Simona Benedetti, appena pubblicato dall’Istituto Nazionale di Studi Romani, lo prende invece sul serio. A partire da quel gesto, gli autori vanno alla ricerca di un eventuale prototipo, realizzato da quell’architetto che lo indica nell’affresco, più adeguato di quelli fin qui proposti dagli storici dell’arte. Di quell’edificio affrescato gli autori non negano, beninteso, la valenza simbolica — di “Paradiso”, appunto —, ma la legano a una serie di fatti storici e architettonici nonché di personaggi che vengono richiamati lungo le agili, anche se dense, 120 pagine del volume (arricchito da 55 tavole a colori), individuando infine al centro di Roma, nella fabbrica quattrocentesca di Santa Maria della Pace, il plausibile prototipo, a pianta centrale e centrato su Maria — a cui come si sa Sisto IV aveva dedicato la Sistina —, dell’edificio affrescato. Ecco, questo volume ha il pregio fra l’altro di far memoria di questo Papa francescano non perché scaltro politico, studioso insigne o mecenate preoccupato della sua fama presso i posteri, ma anche e soprattutto per la sua cura del culto e per la sua devozione mariana. 

Così viene celebrato nell’epigrafe dedicatoria sull’attico delle due facce dell’Arco di Costantino — colui che lasciò la giurisdizione terrena di Roma ai successori di Pietro, così come Cristo lasciò a Pietro e ai suoi successori la giurisdizione in ordine alla destinazione al Paradiso o all’inferno — simmetricamente affrescate a fianco dell’edificio ottagonale sullo sfondo della Consegna delle Chiavi: Imensv salamo templvm tv hoc qvarte sacrasti sixte opibvs dispar religione prior, ovvero «Salomone (consacrò) un Tempio immenso; tu, o Sisto IV, inferiore per ricchezze ma superiore per religione, consacrasti questo». Già qui, per chi vuole intendere, si parla di Santa Maria della Pace, secondo don Cappelletti, storico della Chiesa che ha al suo attivo un lungo curriculum di insegnamento e numerose pubblicazioni, in particolare sulla cripta di Anagni, “la Sistina del medioevo”. Il quale, concentrandosi poi su elementi di esegesi biblica, di storia e di iconografia, riesce a mettere in luce una serie di collegamenti in parte inediti fra quanto rappresentato nella Consegna e alcuni avvenimenti e personaggi degli anni fra il 1478 e il 1483.
Notoriamente, in primo piano, nell’affresco peruginesco, sta l’episodio che gli dà il nome, tratto dal Vangelo di Matteo (16, 19), vale a dire la simbolica consegna delle chiavi a Pietro, cioè il potere di sciogliere e legare, di consentire ma anche di negare, come celeste clavigero, l’accesso al Paradiso. In secondo piano stanno altri due episodi a cui normalmente non si presta la stessa attenzione, ma che sono di fondamentale importanza per la decifrazione dell’affresco: il cosiddetto episodio del tributo, alle spalle della raffigurazione di Giuda Iscariota, tratto sempre dal Vangelo di Matteo (22, 15-22), Vangelo a cui si ispira peraltro tutto il ciclo cristologico quattrocentesco, e l’episodio, tratto invece (un unicum) dal Vangelo di Giovanni (10, 33-39), della tentata lapidazione di Gesù. Sono questi due episodi a motivare il titulus scritto al di sopra dell’affresco in belle maiuscole latine Conturbatio iesu christi legislatoris. Gesù è stato contrastato, con l’inganno e la violenza, proprio in quanto legislatore, cioè in quanto ha affidato a Pietro e ai suoi successori il potere delle chiavi. Ecco il senso finalmente esplicitato dell’affresco di Perugino. Ora ci fu uno, chiamato espressamente Giuda in alcune bolle sistine, che aveva osato più di altri mettere in discussione in quegli anni la potestas clavium: Lorenzo il Magnifico. La fine delle contese e della guerra che la sua insubordinazione aveva scatenato in tutta la Penisola dopo la congiura de’ Pazzi del 1478, Sisto IV l’aveva affidata all’intercessione della Madonna, che si era prodigiosamente palesata a partire almeno dal luglio 1481 attraverso un’icona al centro di Roma che aveva sanguinato dopo essere stata oltraggiata e lapidata da alcuni giocatori di strada: su quell’icona Sisto IV volle fosse innalzata Santa Maria della Pace!
Simona Benedetti, professore associato confermato di Storia dell’architettura alla Sapienza, attraverso una documentazione inedita o mai prima presa nella giusta considerazione, illustra quale potrebbe essere stata, sotto Sisto IV, la prima fase costruttiva di Santa Maria della Pace e le sue ragioni. In particolare, mostra la natura di santuario di Santa Maria della Pace (Templum Pacis: questa è la sua denominazione corrente nelle fonti) tutto incentrato sull’umile immagine della Vergine amata da Sisto IV che campeggia tuttora sopra l’altare maggiore; e mostra anche le interferenze che la costruzione di tale santuario ha avuto con le preesistenti strutture dell’Ospedale teutonico di Santa Maria dell’anima, arrivando a collegarle con l’aspra e drammatica ribellione di carattere conciliarista che oppose il vescovo Andrea Zamometic, legato a quell’Ospedale, a Sisto IV.
Da tutto questo emerge non solo un plausibile collegamento della vicenda costruttiva di Santa Maria della Pace con l’iconografia della Consegna, ma anche una serie di spunti che possono dar luogo a ulteriori approfondimenti sulla struttura originaria di Santa Maria della Pace, sulle 21 (ma forse originariamente 22) lunette mariane cinquecentesche del suo chiostro bramantesco, sul complesso degli affreschi quattrocenteschi della Sistina e in specie sulla negletta galleria del registro più alto comprendente la serie dei 30/32 Pontefici dei primi secoli.
Il volume, che si chiude con una postfazione dell’architetto Francesco Andreani, studioso dell’architettura quattrocentesca, ha anche un accurato indice onomastico curato da Gemma Fusciello. 


di Roberto Rotondo

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