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Quel fiume sotto l’asfalto

· La «terapia» di osservare l’acqua che scorre ·

In piedi sulla riva. Davanti c’è il mare. Non necessariamente al tramonto. L’importante è che tra voi e l’orizzonte la vista sia sgombra. Nessun bagnante, nessuna vela, nessun pallone a cercare una porta immaginata tra gli spruzzi. Lo sguardo allora si invola sull’acqua e procede sicuro di indugiare su qualcosa che davvero somiglia all’infinito. Acqua, acqua e ancora acqua. Finché, come un taglio secco in un quadro di Fontana, ecco che si scontra con la linea dell’orizzonte. Dolcemente curva ma inesorabile. C’è un limite all’infinito per ciò che è umano. Un limite che cala come una scure tra cielo e acqua, gli elementi primordiali, là dove — dice la Bibbia — lo spirito di Dio aleggiava prima di ogni cosa.

Gustavo Doré, tavola che illustra una scena  della  «Ballata del Vecchio Marinaio» di Samuel Taylor Coleridge (XIX secolo)

Ma questa naufragabile immensità, ci dice Padron ‘Ntoni nell’ultima struggente pagina de I Malavoglia di Verga è anche nostra. Perché il mare, racconta l’autore proiettandoci nei pensieri del protagonista della sua saga «non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra quegli scogli nei quali si rompe e par la voce di un amico».

Ha un bel dire Joseph Conrad quando prova a convincerci che «il mare non è mai stato amico dell’uomo, tutt’al più è complice della sua irrequietezza»; certo, se scorriamo i suoi romanzi troviamo quantità inenarrabili di tempeste, naufragi, delitti e tradimenti: «Di tempeste ne aveva incontrate, naturalmente — lo testimonia ad esempio il capitano Mac Whirr nel Tifone — Era stato bagnato fino all’osso, sbattuto, travagliato... Ma non aveva mai intravisto la forza incommensurabile e la collera smodata, la collera che passa e si esaurisce senza mai placarsi, la collera e la furia del mare irritato. Egli sapeva che ciò esiste, come sappiamo che esiste il delitto e l’odio».

Eppure questa ineludibile e anonima crudeltà marina non riesce a estirpare nel cuore di chi guarda il desiderio di conforto, di unione all’elemento dal quale il nostro mondo è nato. Grembo materno è dire troppo, sicuramente però il mare è anche luogo dove contro ogni evidenza si può sperimentare la fratellanza. Ci vuole, però, il salto di qualità umana della poesia come nella Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Qui il protagonista si è reso autore di un crimine tanto inconsulto e gratuito quanto efferato: uccidere l’albatro che accompagnava la sua nave. Come a sconto di quel peccato ha quindi sperimentato la crudeltà degli elementi in tutta la gamma possibile di avversità marine: tempeste, bonacce, calura, gelo e ancora morti improvvise, spettri, apparizioni spaventose, finché a un certo punto vedendo delle creature marine disperse come lui in quell’immensità azzurra ne prova pena e sentendo di condividerne la sorte le benedice con lo sguardo. È lì che inizia la sua redenzione, è da quel gesto che si intravvede la salvezza. Il mare dunque diventa per lui spazio di pietà e di redenzione, luogo dove nella sua infinità l’uomo può trovare una sorta di banco di prova dell’eternità.

Anche il fiume, in maniera diversa ma ugualmente intensa custodisce un senso misterioso di sacralità. Al termine di una delle veglie più inquiete e tormentate del poema virgiliano Enea ringrazia il Dio Tiberino che gli è appena apparso a confortarlo e istruirlo sul seguito della sua avventura «Fiume bellissimo che ti commuovi per me / dovunque tu sia nato, dovunque il tuo sereno / flusso prorompa, sempre t’onorerò di doni / fiume lunato, sovrano dei mari d’Esperia. / Ma assistimi, confermami nella tua volontà».

Il fiume compagno dell’eroe, umanizzato a tal punto da commuoversi per quell’uomo pio destinato a fondare una civiltà, eppure così apparentemente indifeso di fronte a un futuro incerto e oscuro, a mala pena rischiarato dalla luce dell’alba, dai “pallidi raggi del sole nascente”.

Lo stesso alone sacro, lo stesso sentimento di conforto può scaturire da un’anonima polla d’acqua anche se nei pressi infuria la ferocia della guerra.

«Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato. / L’Isonzo scorrendo / mi levigava / come un suo sasso. / Ho tirato su / le mie quattro ossa / e me ne sono andato / come un acrobata / sull’acqua. / Mi sono accoccolato / vicino ai miei panni / sudici di guerra / e come un beduino / mi sono chinato a ricevere / il sole». Riceve il sole in un atto profondo d’umiltà propiziato dalla presenza dell’acqua Giuseppe Ungaretti ne i Fiumi. L’acqua umile casta e preziosa come la definiva settecento anni prima il poverello d’Assisi.

E un fiume lo si può amare a tal punto da volerne accompagnare passo passo l’intero percorso, dalla sorgente alla foce. Lo ha fatto pochi anni fa uno scrittore e saggista italiano Paolo Morelli, che nel suo Racconto del fiume Sangro (Quodlibet, 2013) ha reso la voce di quell’acqua una cristallina linea melodica armonizzandola col basso continuo della riflessione personale, senza che mai quest’ultima ne appesantisca la limpidezza, il protagonismo inconsapevole, rendendola davvero personaggio, quasi fosse quel percorso un romanzo di formazione dell’elemento liquido tra balze, rocce, cascate, apporto di affluenti, intromissioni umane, continua ricerca di una traccia che è già data eppure pare inventata a ogni svolta.

«Dunque questo è un fiume che nasce sotto l’asfalto, posto più umile non potevo trovare per una sorgente di un fiume millenario, ma nasceva già quando la strada non c’era, quindi è la strada che ha imparato dal fiume a scendere in basso. Qui l’acqua è meno titubante, sembra contenta invece di dare una spinta al futuro, creare un solco minimo dove poi le pigre polle in basso troveranno riposo».

Anche proseguendo nel viaggio quando oramai la portata dell’acqua ha raggiunto una larghezza considerevole resta questa idea di invenzione continua della propria vita da parte del fiume: «L’energia di un fiume sta nel non sapere mai come fare, un fiume è in ogni istante un principiante, ecco dov’è il vantaggio di non credere mai troppo a quello che ci passa in testa, di accettare il mutevole, la grande forza femminile».

Così abbandonandosi alla lezione silenziosa del suo protagonista anche la voce del narratore si fa poco a poco più matura, «guardando un fiume a lungo i pensieri man mano sembrano sparire, poi volenti o nolenti ritornano. Suggerisce una specie di metodo. Per esempio lasciare andare le cose che uno non si ricorda sul momento, senza pensare se non le ritrovo le ho perse (…) è un metodo infallibile, bisogna solo aver fiducia che torneranno e quelle lo fanno (…) Un fiume tutto questo te lo dice chiaro, passare sotto, abbassare la cresta, un fiume ti insegna l’umiltà perché è utile, quello che va sotto il nome generico di natura ti insegna che conta solo quello che è utile, il resto mancia».

Dove invece l’uomo ha meno da imparare e più da contemplare è di fronte alla misteriosa immobilità di un lago. Acqua ferma, acqua che nasconde, che non si incapriccerà mai a lottare col vento, che indifferentemente può tradire e consolare, ma custodire ricordi questo sì, e forse proprio nel silenzio complice che rende ancora più potente il pensiero. Soprattutto quando, come splendidamente ci illustra Alphonse de Lamartine, l’acqua è l’unica testimone di un amore perduto. «Di quella notte almeno conserva tu / o natura ogni memoria bella / sia quando posi placido / o nel tratto delle tue amene sponde / oppure nello zefiro che mormora / e che manca, nel fremito / che corre da riva a riva / e muore o nell’astro d’argento / che le acque calme imbianca col suo placido chiarore / E la brezza gemente / la canna che sospira / ogni effluvio che fluttui / nel vento profumato, tutto ciò / che si sente si vede / o si respira / tutto dica: hanno amato!».

di Saverio Simonelli

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18 settembre 2019

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