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Quel filo sottile sul quale il regista
appende le cose

· ​Nel suggestivo documentario "Hitchcock/Truffaut" ·

È stato per pochi giorni nelle sale — dal 4 al 6 aprile — ma merita senz’altro di essere recuperato in homevideo, un documentario che non potrà non essere apprezzato da tutti gli appassionati del cinema di Hitchcock, anzi del cinema in generale: Hitchcock/Truffaut, scritto e diretto da Kent Jones, che di documentari sul cinema è un esperto, avendo già realizzato A letter to Elia (2010), su Kazan, e The man in the shadows (2007) sul geniale produttore Val Lewton.

Alfred Hitchcock a colloquio con François Truffaut

Il film prende le mosse dal famoso libro pubblicato per la prima volta nel 1966, Il cinema secondo Hitchcock, che raccoglie una fluviale intervista rilasciata da sir Alfred al suo collega François Truffaut. Come noto, Truffaut prima di diventare regista è stato un altrettanto geniale critico cinematografico sulle pagine dei prestigiosi Cahiers du cinema. Spalleggiato dall’altro futuro regista Godard e dal loro mentore Bazin, il Truffaut critico ha avuto il grande merito di rivalutare l’opera di Hitchcock negli anni Cinquanta, ovvero in un’epoca in cui quest’ultimo era considerato ancora semplicemente come un ottimo mestierante dedito a film commerciali. Niente di più lontano dallo status di auteur che la rivista francese gli riconoscerà con un entusiasmo incomprensibile per molti critici coevi.
Rispetto al sopracitato volume di partenza, questo documentario di appena ottanta minuti per certi versi non può che rappresentare una veloce riduzione. Tuttavia si avvale di due elementi importanti in più: ovviamente le immagini del cinema hitchcockiano, scelte in modo molto avveduto e funzionale al discorso, e il commento di una decina di registi ancora in attività. Da Peter Bogdanovich a Paul Schrader, da James Grey a David Fincher, da Wes Anderson all’altrove troppo trascurato Kiyoshi Kurosawa, autore di capolavori del thriller-horror giapponese. Particolarmente prezioso è poi l’apporto di Martin Scorsese, frequente collaboratore di Jones e, fra tutti, il personaggio più vicino a Truffaut, nel senso che oltre a essere un grande regista ha già dimostrato più volte il suo talento di fine osservatore di film altrui, in particolare nei suoi due documentari Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano (1995) e Il mio viaggio in Italia (1999). Il risultato è un’analisi della filmografia hitchcockiana forse non molto approfondita, ma decisamente suggestiva, tanto da fornire allo spettatore di oggi molti input per poter guardare ai film del maestro britannico con occhi nuovi, più consapevoli.
In particolare, emergono le tante, affascinanti contraddizioni di questa figura insospettabilmente sfaccettata. Regista di cinema di genere che però rifiutava il monopolio del piano narrativo tipico dei generi. Come dice Scorsese: «nel cinema di Hitchcock la trama è solo un filo sottile su cui il regista appende tante cose», ovvero tematiche profonde, una visione della vita che non è affatto più ristretta di quella del cinema letteralmente d’autore. Viceversa, era un alfiere del cinema puro che però si è sempre basato sul lavoro di sceneggiatori importanti, e spesso su opere letterarie piuttosto solide. Ancora, era un inglese che singolarmente metteva da parte il più possibile l’uso della parola e persino il lavoro degli attori, anche se poi — altra contraddizione nella contraddizione — si è quasi sempre servito di ottimi interpreti. Ma la più grande contraddizione di Hitchcock — che per la verità il documentario di Jones suggerisce ma non chiarisce come avrebbe dovuto — è quella di essere stato sì un Autore con la a maiuscola, pur partendo dagli schemi dei generi, ma allo stesso tempo di essersi avvalso come pochi altri del sistema produttivo per poter esprimere il mondo che aveva dentro. In poche parole, se il regista britannico non fosse mai arrivato a Hollywood, alle soglie degli anni Quaranta, il suo nome oggi ci apparirebbe sicuramente molto più piccolo. La sua carriera, più di quella di qualsiasi altro regista, dimostra che la Hollywood dipinta come una catena di montaggio capace di apporre un marchio standard a ogni suo prodotto, è in gran parte un luogo comune. La Hollywood di quegli anni era anche probabilmente l’unico posto in cui un regista visionario, ma allo stesso tempo orientato verso il grande pubblico, poteva sperare di veder realizzate le proprie immagini interiori in un modo perfettamente compatibile con il gusto popolare. E questo grazie a un livello tecnico eccelso. Un potenziale che nelle mani di un artista poteva trasformarsi con impensabile disinvoltura in un risultato anche espressivo.
Il miglior film sonoro del periodo britannico di Hitchcock è considerato abbastanza unanimamente Il club dei 39 (1935) o al limite la prima versione de L’uomo che sapeva troppo (1934). Film con ottimi momenti — puntualmente sottolineati da Jones — ma che oggi si fa fatica a vedere per intero; privi di un ritmo accettabile e inesorabilmente datati. Pellicole, insomma, nemmeno paragonabili ai tanti capolavori del periodo americano: La finestra sul cortile (1954), La donna che visse due volte (1958), Intrigo internazionale (1959), Psyco (1960), Gli uccelli (1963) solo per dirne alcuni. Opere che sembrano non aver perso nulla della loro bellezza a decenni di distanza.
Il momento di massimo splendore del cinema hitchcockiano coincide con la parte finale dell’epoca d’oro di Hollywood. E quando Hollywood, negli anni Sessanta, vivrà il suo improvviso declino, anche il cinema di Hitchcock avrà un evidente tracollo. Non può essere un caso.
Altra cosa, semmai, è il periodo muto dell’opera hitchcockiana. Vero preludio a quella che sarà la fase della maturità. Per sua stessa natura, infatti, il cinema muto assecondava lo stile sottilmente onirico e strettamente visivo del regista, non a caso anche in seguito legato più alla costruzione della singola immagine, all’uso dello spazio all’interno dell’inquadratura, che non al montaggio, conquista perfezionata grazie all’avvento del sonoro. Possiamo dunque concludere che Hollywood, e in particolare una squadra di altissimo livello — il direttore della fotografia Robert Burks, il montatore George Tomasini, il musicista Bernard Hermann — permise a Hitchcock di ritrovare lo stile che aveva ai tempi del cinema muto. Arricchendolo con un lavoro di sceneggiatura nient’affatto secondario ma rispettoso del concetto di cinema puro tanto caro al regista.
La definizione di autore data dallo stesso Truffaut è «l’individualista che plasma il film sulla propria visione del mondo». Una definizione, dunque, che si attaglia a Hitchcock fino a un certo punto. Il regista britannico era piuttosto il grande direttore d’orchestra che però davvero poco potrebbe fare senza i suoi musicisti.


di Emilio Ranzato

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26 febbraio 2018

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