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Quel fanciullino sulla cattedra di Ambrogio e di Carlo

· Giovanni Colombo nei ricordi del segretario ·

Si chiamano «Quaderni Colombiani» — e saranno presto raccolti in due volumi da Jaca Book — ma l’America latina non c’entra (o meglio, tangenzialmente c’entra anche l’America latina, vedremo più avanti perché). L’aggettivo rimanda alla figura e all’opera del cardinale Giovanni Colombo, successore di Montini alla cattedra dei santi Ambrogio e Carlo, la diocesi di Milano. Il numero 91 della serie — Il mio dopo Porlezza si chiama Giovanni Colombo uscito nel maggio scorso, per ricordare il venticinquesimo anniversario della morte del porporato — è un ritratto affettuoso e vivace della “lombarditudine” di Colombo, scritto da don Francantonio Bernasconi, suo segretario per dodici anni, o meglio «per tredici Pasque» come preferisce dire l’autore dell’opuscolo. 

Giovanni Colombo con Madre Teresa di Calcutta, a Milano per partecipare a un convegno di preghiera per la celebrazione della vita, il  23 aprile 1977

La prosa vivace, ironica, a tratti volutamente surreale, piena di citazioni in dialetto meneghino, ricca di aneddoti buffi e scene di colore locale, lo rende davvero divertente. Il Colombo seminarista, sacerdote e professore, predicatore e conferenziere, poi rettore di seminario e arcivescovo, consapevole delle sue responsabilità, talvolta oppresso dall’ansia di non riuscire a far fronte ai tanti problemi da risolvere, nella Milano degli anni di piombo, coabita tutta la vita con un fanciullino pascoliano che con allegra sventatezza si lancia nelle cose senza pensare troppo alle conseguenze. «Una volta, nel pieno rigido inverno di quei tempi, durante una ricreazione di fronte agli alunni, preso forse da un raptus di vanteria — scrive Bernasconi — volle calcare il ghiaccio ch’era steso su una larga fontana situata al centro del cortile del Seminario di Seveso. La sua prodezza finì presto, però, nel tragico-comico, perché non avendo calcolato lo spessore del ghiaccio che s’era formato, dopo alcuni passi, scivolò, anzi sprofondò nelle gelide acque della vasca tra la generale ilarità». Un’altra volta a Venegono «gli era sorta l’ambizione d’andare in moto; non vi era mai salito. Sommariamente istruito sul funzionamento, quando un giorno che in portineria incontrò un motociclista che gliela faceva provare, vi montò sopra e facilmente la mise in movimento». Ma — ahimè, chiosa Bernasconi — gli era sfuggito un dettaglio. Non aveva chiesto al proprietario istruzioni su come spegnere il motore. Per questo dovette continuare nei suoi giri fino a esaurimento del carburante. E «mai più volle cavalcare un mezzo così bizzarro; meglio i libri, meglio dirigere le anime». Davvero esilaranti sono le scene in cui la fine sensibilità letteraria di Colombo si scontra con l’indifferenza di amici, colleghi e sodali. In pellegrinaggio a Recanati recita rapito e trasognato L’infinito di Leopardi sull’ermo colle caro al poeta, felice perché il sacerdote che lo accompagna sembra condividere la sua gioia; l’amico in realtà, chiosa Bernasconi, è felice perché ha finalmente visto l’insegna di una rinomata osteria e non vede l’ora di sperimentare la cucina locale.

Una miniera di aneddoti sono gli anni dell’infanzia a Caronno Pertusella, in provincia di Varese. La mamma del cardinale si chiamava Luigia, detta Ginòn. Suo padre, Pasquale Millefanti, agli inizi degli anni Ottanta dell’Ottocento — continua l’autore dell’opuscolo — essendo rimasto vedovo e nel contempo avendo avuto distrutta la campagna per una grandinata estiva, si accodò al flusso migratorio di chi oltrepassando l’Oceano andava in America a cercare fortuna. «Con i figli sbarcò in Argentina. La Luigia crebbe dunque con l’esperienza addosso del migrante. E quindi fu segnata da questa vicenda, portando nella cultura dei figli usanze e accenti argentini, come l’uso del mate». La ragazza dovette poi tornare in Italia per sistemare gli interessi familiari; il padre la seguì nel 1908, lasciando gli altri figli oltreoceano, cedendo ai suggerimenti dei medici, convinti che si sarebbe rimesso in salute se fosse ritornato in patria. Così il piccolo Giovanni, che era del 1902, lo poté conoscere, se pur per pochi mesi. «Ma la sua figura — scrive Bernasconi — gli rimase impressa, perché era giunto con un colorito pappagallo (...) che talora se ne volava via da casa. Occorreva correre per i campi a ricuperarlo». Negli anni della pensione, Colombo andò tre volte a Buenos Aires per riabbracciare i cugini e conoscere nipoti e pronipoti.

di Silvia Guidi

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20 marzo 2019

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