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Corpo assente

· Lo stupore degli apostoli di fronte a una tomba misteriosamente vuota ·

"Sarebbe del tutto vano - scrive Giuliano Zanchi - lo sforzo di cercare nella testimonianza degli evangeli il racconto della resurrezione di Gesù. L’iperbolica — e apocrifa — messa in scena dell’arte religiosa che vede Cristo riemergere dalla tomba, stendardo in mano, con sprezzatura cavalleresca, ha il suo senso, ma non corrisponde all’attento pudore evangelico".

Mikhail Nestervov, «La tomba vuota» (1889)

La Scrittura — continua Zanchi — si esprime semplicemente su quello che è stato visto. Niente di più, niente di meno. Con onestà, la testimonianza apostolica, sedimentata nel testo, accetta di fondare l’intera credibilità della propria professione di fede essenzialmente sulle tracce di un’assenza: una tomba lasciata misteriosamente vuota, bende funebri diligentemente piegate in un angolo. Nessun cedimento alla tentazione di infondere enfasi e inventiva a questo referto oggettivamente scarno. L’evidenza difatti — come suggeriranno misteriose presenze alla tomba — andrà cercata altrove e altrimenti.

L’evangelista — con l’efficacia di uno sceneggiatore di livello — imprime al suo racconto l’ancora intensa vibrazione di un ricordo vivo, personale, indimenticabile: il fulmine a ciel sereno di una notizia indecifrabile, il vortice dei pensieri, il cuore in gola, la corsa, la trepidante curiosità da frenare di fronte al rispetto per un fratello maggiore, la sospesa e silente ricognizione del luogo, le bende, le domande, una luce interiore che si accende. In poche righe è dispiegato ai nostri occhi il processo della fede che nasce senza premeditazione dal visibile, che accende una volta per tutte il motore della memoria, che culmina con il discorso messo in bocca a Pietro che, prendendo la parola (negli Atti degli apostoli), formula la più sintetica, originaria, genuina professione di fede: avevano ragione le Scritture.

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23 gennaio 2019

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