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Quel confine
tra libertà
e violenza

· ​In «Santiago, Italia» di Nanni Moretti ·

Con il documentario Santiago, Italia Nanni Moretti porta sullo schermo la cronaca del golpe militare in Cile del 1973, ma soprattutto risvolti poco conosciuti che riguardano l’Italia, in particolare l’accoglienza ricevuta da alcuni dissidenti del regime da parte dell’ambasciata italiana a Santiago. 

Una scena del documentario

Il film è costruito sostanzialmente con le interviste dello stesso regista ai protagonisti di quei giorni — i cittadini salvati ma anche un paio di militari che erano dalla parte opposta — e con pochi filmati e foto d’archivio relativi agli eventi più drammatici del colpo di stato e delle sue immediate conseguenze, dal bombardamento del Palacio de La Moneda che costrinse il presidente Allende a capitolare, al corpo senza vita di una studentessa fatto trovare all’interno dell’ambasciata. Moretti opta dunque per una struttura molto semplice ma la valorizza con l’essenzialità, la lucidità e anche il senso della geometria e del ritmo dei suoi momenti migliori. A tanti anni di distanza riesce a cogliere dai testimoni slanci di grande emozione, e la polifonia del racconto, anziché essere dispersiva, finisce per fornire allo spettatore un quadro preciso e compatto di quanto accaduto.
Il regista non nasconde di certo a chi vanno le sue simpatie fra marxisti e conservatori, ma non perde mai di vista la vera distinzione che sottende qui il discorso, quella cioè fra democrazia e totalitarismo, diritti umani e coercizione. Ma anche fra verità storica e mistificazione, visto che ancora oggi i protagonisti del golpe intervistati tendono a sminuire se non a negare del tutto i brutali mezzi usati per estorcere delazioni agli oppositori del regime. Inoltre, l’apparizione di pochi secondi dello stesso Moretti davanti alla cinepresa è più incisiva di quella dei personaggi da lui interpretati nei suoi ultimi film a soggetto. E in un certo senso finisce per essere divertente persino in un contesto come questo.
Delle tante testimonianze, colpisce soprattutto quella di chi oggi riesce a sorridere al ricordo delle violenze subite, segno di una vita salvata anche sul piano spirituale, e quella di chi, seppure ateo, si commuove nel commentare l’operato del cardinale Raúl Silva Henríquez, che permise il rifugio di molti cittadini nelle chiese. Più in generale, impressiona l’immagine di un semplice muro, quello dell’ambasciata, che diventa confine fra libertà e violenza, fra vita e morte.
Anche a causa del taglio scelto, sostanzialmente intimista, il documentario non arriva poi a gettare uno sguardo molto ampio sugli italiani dell’epoca. Dunque il confronto fra il popolo che erano allora e quello che sono oggi in quanto a umanità e solidarietà — pure paventato da Moretti in alcune dichiarazioni prima dell’uscita del film — rimane piuttosto in ombra. Ciò non toglie che il suo lavoro sincero e ispirato rappresenti anche un valido spunto di riflessione su questo aspetto.

di Emilio Ranzato

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08 dicembre 2019

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