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Quel cielo limpido sopra Berlino

· A colloquio con il cardinale Rainer Maria Woelki ·

Appena nove mesi fa era vescovo ausiliare a Colonia. Nel giro di poco tempo è stato chiamato a guidare l’arcidiocesi di Berlino, vi ha accolto Benedetto XVI in visita per la prima volta nella capitale della patria natale e infine ha ricevuto la porpora nel concistoro del 18 febbraio scorso. Non solo: Rainer Maria Woelki, classe 1956, è attualmente anche il più giovane membro del collegio cardinalizio. Di tutto questo l’arcivescovo di Berlino parla nell’intervista al nostro giornale.

Cardinale a soli 55 anni. Considera l’età un vantaggio o un limite in questo ambiente?

Né una cosa, né l’altra. Semplicemente al momento ho «solo» 55 anni e quindi sono il più giovane tra i cardinali. È una grazia che durerà fino al prossimo concistoro, ma che poi probabilmente finirà perché ci sarà un altro ad assumere il ruolo di beniamino. Il Collegio mi ha accolto con grande cordialità e fraternità. Del resto, ritengo che il rispetto e il riconoscimento si conquistino soprattutto attraverso la forza delle parole, ovvero degli argomenti, e attraverso la testimonianza di vita personale, e che quindi siano indipendenti dall’età.

Quali sono state le impressioni delle giornate trascorse a Roma per il concistoro?

Ho percepito in quei giorni un’atmosfera molto densa. Il giorno prima del concistoro pubblico, i cardinali, insieme con il Papa, si sono confrontati in modo piuttosto intenso con le opportunità e le possibilità che offrono la nuova evangelizzazione e l’imminente Anno della fede. In particolare mi hanno impressionato le testimonianze di fede e di vita di alcuni porporati, come per esempio il nuovo cardinale di Hong Kong. Gli eventi che hanno fatto da contorno al concistoro pubblico, poi, sono stati festosi, gioiosi e cordiali. Il Papa ha incontrato ognuno dei nuovi cardinali con grande cordialità e affetto. Mi ha sorpreso la grandissima partecipazione di fedeli da tutto il mondo.

Da Colonia — dove è nato, si è formato ed è divenuto prete e vescovo — è stato chiamato a Berlino, la capitale della Germania riunificata. Quali differenze ci sono tra le due città, anche a livello ecclesiale?

Berlino, naturalmente, è molto più grande di Colonia e questo non soltanto dal punto di vista demografico. La capitale è anche un crogiolo multiculturale e plurireligioso, più variegato rispetto alla mia città natale. Il dialogo con le altre religioni, gli scettici e i non credenti viene condotto in modo più intenso che altrove. Inoltre, la Chiesa a Berlino porta ancora i segni della dittatura della Sed ( Sozialistische Einheitspartei Deutschlands , Partito socialista unificato tedesco): un tempo in cui i cristiani non potevano sempre vivere liberamente la propria fede, per difendere la quale molti erano disposti anche a subire disagi personali e professionali.

Il 27 agosto dello scorso anno lei ha fatto l’ingresso a Berlino e neanche un mese dopo ha accolto Benedetto XVI , il Papa tedesco, in visita nella sua patria. Quali ricordi conserva?

Anzitutto l’obiettivo del viaggio, che il Pontefice ha indicato già al suo arrivo in Germania: ovvero di essere venuto «per incontrare la gente e parlare di Dio». Le cose di cui poi serbo un vivo ricordo sono la sua serena e semplice modestia, gli spalti pieni dello stadio Olimpico di Berlino, la cordiale sincerità dell’incontro del Papa con i fedeli, il clima di preghiera ricco di una fede gioiosa e forte, il cielo limpido sopra di noi quella sera. Certamente ricorderò anche le sue profonde parole al Parlamento del nostro Paese, quando, dinanzi ai legislatori, ha cercato di risalire alle fondamenta nascoste del nostro diritto, individuandole in ultima analisi in Dio stesso, con un intervento intellettualmente brillante, che la stampa tedesca ha poi definito «il discorso più impegnativo mai tenuto in questa Alta Camera».

Lei aveva già incontrato Joseph Ratzinger. Può raccontarci in quali circostanze?

È successo quando ero giovane. Il sacerdote che ci insegnava religione aveva studiato con il professor Ratzinger, docente di teologia a Bonn, e nutriva per lui una grande ammirazione. In occasione di un viaggio del nostro gruppo giovanile a Roma, aveva organizzato un incontro con il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo che egli aveva celebrato la messa nel Campo Santo Teutonico. Mi era stato affidato il compito di salutare il cardinale Ratzinger a nome dei giovani e dei genitori che ci avevano accompagnati, di illustrargli il nostro lavoro e di moderare il successivo incontro. In seguito ho avuto alcuni brevi incontri con il futuro Pontefice, quando ero segretario del cardinale Joachim Meisner, e più precisamente in occasione di un discorso che egli tenne a Colonia per un anniversario del nostro arcivescovo.

Lei è presidente della commissione Caritas della Conferenza episcopale tedesca. Può parlarci dell’attività di questo organismo?

La forza di Caritas nell’azione a favore delle persone svantaggiate, sofferenti e bisognose d’aiuto corrisponde alla consapevolezza del suo radicamento nella Chiesa cattolica. La carità è e rimane un compito fondamentale della Chiesa cattolica, che da parte sua può essere interamente Chiesa solo esercitando le sue tre funzioni essenziali, che sono l’annuncio, la liturgia e la diaconia. La carità è l’ambito della Chiesa in cui il messaggio del Regno di Dio viene portato nella società, viene chiarito e definito. I molti collaboratori professionali e i volontari di Caritas partecipano alla realizzazione di questo compito missionario della Chiesa. La commissione Caritas cerca di accompagnare questo impegno dal punto di vista sia del contenuto teologico, sia di quello pratico pastorale. Tra le altre cose, naturalmente, ci preoccupiamo anche dell’ecclesialità del nostro lavoro di Caritas, quindi di una cultura della carità nelle organizzazioni con fini di solidarietà. Ritengo che Caritas non debba essere un semplice ente assistenziale tra i tanti. Piuttosto, il suo profilo cristiano deve essere sempre più evidenziato e affinato.

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