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Quel che è rimasto di Amatrice

· A due anni dal terremoto ·

Un inedito di Gioacchino Belli. Una serenata in venti quartine per un totale di ottanta versi endecasillabi, scritta — ed è qui la sorpresa — non in romanesco, ma nel dialetto di Amatrice. Il desiderio di Elena Polidori, cronista esperta di economia e finanza e appassionata di narrativa, era quello di pubblicarne il testo in un volumetto da compilare insieme col marito, Filippo Ceccarelli, giornalista anch’egli e, nella circostanza, collaboratore quanto mai prezioso considerata almeno la discendenza diretta da quel “Ceccarius” annoverato tra gli illustri fondatori del Gruppo dei romanisti. I due vi avrebbero messo mano, tutte e sei volendo comprendere anche quelle del Belli, quando la pensione e i figli, grandi e sistemati, avrebbero concesso il tempo necessario per studiare e ricostruire il contesto di quei fogli vergati tra il 1818 e il 1822 durante un soggiorno del poeta a la Matricia

Ma poi venne la notte tra il 23 e il 24 agosto 2016 e la prima di una serie terrificante di scosse che rapirono, da quella conca verde ai piedi dei monti della Laga, vite e affetti. Il terremoto portò via tutto. Anche il sogno di uno scoop letterario che, di fronte al silenzio dei morti e alle lacrime dei vivi, appariva come una profanazione.
È così che il 23 agosto, nel secondo anniversario del sisma che ha sconvolto l’Italia centrale, arriva in libreria Amatrice non c’è più. ma c’è ancora (Neri Pozza, Vicenza, 2018, pagine 238, euro 13,50). Un libro della memoria attraverso il quale Elena Polidori scava tra le macerie di oggi per riportare alla luce la bellezza di un luogo che le appartiene fin dall’infanzia e che ora è diventato di tutti.
C’è un prima e c’è un dopo che si rincorrono, si intrecciano, si accavallano. In mezzo quella notte: «Ore 3.36, ero lì con marito, figlia e cane» racconta Polidori. «Ci siamo salvati, ma è una salvezza che assomiglia a un’altra realtà».
La polvere dei calcinacci, il fango, il sudore dei soccorritori, lo sconforto per ciò che si è perso per sempre si mischiano alle luci, ai profumi, ai giochi, ai sapori di un tempo. Pagina dopo pagina si ricompone un diario fatto di momenti solari e commoventi, ma mai stucchevoli. C’è il ricordo della fede nuziale smarrita nei primi concitati minuti dopo la scossa e poi quasi miracolosamente ritrovata e riconsegnata da un pompiere incuneatosi tra i muri pericolanti e le librerie rovesciate. Ci sono le passeggiate in montagna per raccogliere funghi. Le letture sul “pensatoio”, una piattaforma di legno sistemata dentro la chioma di un antico cerro, voluta come «dono di compleanno al marito adorato». C’è la preghiera silenziosa di Papa Francesco «tra le pietre e la polvere». E, poi, le passerelle di vip e politici «affacciati ai bordi della nuova necropoli».
Con la stessa amabilità con la quale apriva la porta di quella casa che non c’è più ad amici vecchi e nuovi — gli ultimi erano ripartiti per Roma solo qualche ora prima della scossa — l’autrice apre ora la porta dei suoi sentimenti più intimi. Per lei un’operazione quasi terapeutica: la ricerca di una spiegazione, di una logica a quanto accaduto. Il tentativo di darsi pace e salutare definitivamente chi non ce l’ha fatta a scappare. Per chi legge è nostalgia di affetti semplici e autentici.

Se «Amatrice non c'è più», come disse il sindaco Pirozzi poche ore dopo la tragedia, di questo luogo resta l’anima. La stessa di tanti borghi dell’Appennino dove per salutarsi non c’è bisogno di conoscersi. E chissà se anche le finestre anonime delle Sae, le Soluzioni abitative di emergenza allestite per i terremotati, non ispireranno una nuova serenata.

di Piero Di Domenicantonio

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19 maggio 2019

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