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Quel che accomuna
autore e critico

· Il ritratto letterario e umano di Emilio De Marchi nel libro di Fabio Pierangeli ·

«La dimessa fedeltà al proprio dovere, i nascosti eroismi nella vita familiare, la paziente onestà (…) non sono quasi mai stati in cima all’ammirazione né sociale né letteraria». Così osservava, non senza qualche amarezza, il critico Vittore Branca a proposito di Emilio De Marchi, uno scrittore che se oggi può ancora contare su numerosi estimatori, appare dimenticato dal grande pubblico. A riparare questo torto, soffiando via la polvere dai palchetti delle biblioteche dove le sue storie attendono nuovi lettori, ci pensa Fabio Pierangeli con il bel libro Emilio De Marchi. Condanna e perdono (Napoli, Paolo Loffredo Editore, pagine 264, euro 18,50) un ritratto letterario e umano insieme che dà mirabilmente conto di un De Marchi grande scrittore, ma anche grande testimone di impegno civile e di vocazione alla solidarietà e alla difesa dei più fragili.

De Marchi ritratto da Emilio Giannelli (dall’«Album di Milano, 150 milanesi illustri», 2015)

Pierangeli attraversa in profondità e restituisce con limpidezza di scrittura la narrativa di De Marchi, ma a dare un’intensità supplementare al libro è la condivisione che in questo caso accomuna autore e critico. Per De Marchi la scrittura non fu un semplice esercizio letterario, ma una missione etica e civile. Allo stesso modo Pierangeli vive la letteratura non solo come esercizio esegetico, ma come strumento di civiltà e come impegno concreto nel sociale. Docente di Letteratura italiana nell’Università Tor Vergata di Roma, Fabio Pierangeli infatti è anche responsabile del progetto Università in carcere Rebibbia - Tor Vergata e del Laboratorio di scrittura per l’integrazione della disabilità.

La sintonia nella visione del mondo non comporta necessariamente la predilezione per uno scrittore, ma certamente dona luce ai percorsi della sua conoscenza. Pierangeli spiega il mondo narrativo di De Marchi sciogliendo con sicura intuizione i nodi di una trama complessa, dove la letteratura è intesa come espressione di un umanesimo integrale. Non è l’astratta e ciclica questione che vede contrapposti “scrittori di cose” a “scrittori di parole”, ma una relazione tra cultura e vita che autore e critico avvertono entrambi come necessaria e dunque destinata ad avere un’immediata ricaduta nella società.

De Marchi non è solo il romanzo Demetrio Pianelli, capolavoro del nostro secondo Ottocento narrativo, né l’autore capace di dare dignità alla letteratura d’intrattenimento con Il cappello del prete, considerato il proto thriller italiano. Lo scrittore che aveva mosso i primi passi all’ultimo vento della Scapigliatura, per poi approdare ai modi del nostro miglior Verismo dopo aver elaborato la lezione dei grandi narratori europei, fu molto più di uno «scrittore forte e felice». Convinto che «chi non scrive pel popolo e con la lingua del popolo butta il tempo e l’inchiostro» De Marchi, narratore capace di dare voce a un’umanità sofferente e silenziosa, docente amatissimo dai suoi studenti, curatore di una collana di libri per ragazzi, fu anche un intellettuale che si impegnò direttamente nella pubblica amministrazione, che dedicò tempo ed energie ad attività benefiche e che visse «il primato della carità» condividendo gli affanni dei deboli e dando voce agli ultimi. Insomma, come ebbe a dire Benedetto Croce, «una bella mente e un bel cuore» e un uomo capace di far seguire l’azione concreta al sentimento e al pensiero.

Nell’impegno di umana solidarietà e nel progetto di integrazione sociale degli emarginati rientrano gli ex detenuti che, dopo aver scontato la loro pena, si ritrovano esiliati dalla società. Tra i bisognosi delle opere di misericordia ricordati da Matteo — gli affamati, gli assetati, gli ignudi, i forestieri, i malati — i carcerati infatti erano visti con indifferenza, più spesso anzi con diffidenza o ostilità. Allora come ora, del resto. La voce di De Marchi si leva a difenderli e lo scrittore incrocia uno dei temi che fu oggetto di vivace dibattito nel neonato Parlamento italiano grazie all’affermarsi, proprio in quegli anni, della scuola positivistica dell’antropologia criminale. Un tema peraltro che ancora resta uno dei più scottanti delle società moderne che vogliano rispettare la libertà e i diritti fondamentali dell’uomo.

Nelle tante storie che prendono vita nelle sue pagine, romanzi e narrativa breve, De Marchi indaga con grande acutezza e sensibilità i meccanismi che conducono persone oneste al piccolo crimine: bisogno, disperazione, illusione di una vita più agiata, suggestione del facile guadagno. E nello stesso tempo si interroga su quell’universo carcerario che Filippo Turati, in un celebre discorso parlamentare del 1904, definiva «il cimitero dei vivi».

Forte della sua personale esperienza al servizio di chi, nel chiuso doloroso e nella disperante solitudine di un carcere, cerca la dignità della persona e la libertà attraverso la cultura, Fabio Pierangeli non solo realizza un ritratto a tutto tondo di un grande scrittore ma, condividendone la passione e l’impegno, consegna al lettore pagine di struggente intensità sul tema, che fu così caro a De Marchi, del reinserimento dei detenuti nella società a fine pena.

Pagine importanti che suonano come un invito per tutti, non solo per il mondo della politica e per le istituzioni, a non voltare lo sguardo e a seguire i detenuti oltre la soglia perché la porta di un carcere che si apre non sia una condanna a cielo aperto, ma un segno di speranza e la possibilità concreta di una nuova vita.

di Francesca Romana de’ Angelis

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14 dicembre 2019

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