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​Quel burattino
in una scatola

· Breve viaggio nella letteratura del Myanmar ·

Non sono molti gli scrittori del giovane stato birmano (dalla nuova Repubblica del 1948 alla nuovissima Unione del 1989) che, mentre evitano le tradizioni locali (apologie, leggende, pantomime e racconti popolari), coniugano in dialettico confronto progressismo pratico e alti ideali, in contemporanea ricerca di originale espressività e nuove forme di stile. Non numerosi neanche quelli che si dedicano al pur singolare paesaggio monsonico (dorsali prehimalayane e pianure, bacini, golfi e isole), più rivolti alla rara geografia umana (le donne “giraffa”, ad esempio, dal collo avvolto da molteplici anelli) o ispirati a preoccupazioni di ordine sociale. 

Manoscritto birmano in foglie di palma laccate (xix secolo)

Autrice di una fondante esperienza di romanzo, genere pressoché sconosciuto fino ai primi del ventesimo secolo, ma destinato a diventare la più notevole caratteristica della moderna letteratura birmana, è Journal-Gyaw Ma Ma Lay (1917-1982), fra le più sincere ritrattiste della società a lei coeva, specialmente femminile, già responsabile neanche ventenne d’uno stimolante Diventare donne con conoscenza , articolo di giornale non gradito e vittima della seconda rivolta studentesca. Ma ciò che si ascrive maggiormente al suo talento (Ma Ma Lay fu anche apprezzata praticante di medicina tradizionale e ardente nazionalista) è La sposa birmana (1944, giunto in Occidente nel 2009), ambientato nella Birmania primi anni Quaranta tra lotta di liberazione dall’occupazione britannica e strisciante prossimità della guerra contro il Giappone, in cui la giovane Wai Wai sposa un birmano naturalizzato inglese, ciecamente devoto purtroppo alla mentalità dei dominatori, soffrendo sia il momento storico della crisi d’identità che il doloroso frangente familiare.
Prima della crisi, intanto, una servile routine. «Doveva compiere ogni mattina piccoli servizi per lui: caricargli l’orologio, riempire il portasigarette e metterlo nella tasca dei pantaloni, riempire la penna stilografica e infilarla nel taschino della giacca». Ma finché c’è l’amore, la violenza psicologica e culturale o non si avverte o si sopporta. Fuori infuria il movimento indipendentista dei Thakin (che significa “padrone”); in casa le distanze ingigantiscono e tra ossessiva ipocondria del marito per ogni piccolo malessere e ingenua fiducia di lei nella medicina tradizionale, il baratro è aperto: «Io ti amo più di qualsiasi cosa al mondo, ma tu non sei capace di restituirmi tutto questo amore». Due chiavi di lettura si impongono nel racconto: la netta contrarietà alla sottomissione femminile e il richiamo al buddismo come religione intrinseca del paese, benché la libertà di culto già avesse favorito l’espansione del cristianesimo.
Prima del dolce nome Myanmar, dalla lingua scorrevole poi definita l’italiano dell’estremo oriente, un membro della polizia coloniale indocinese ancora ignoto, George Orwell, aveva scritto Giorni in Birmania (1934) intrecciando anche lui tema sentimentale (l’amore infelice per Flory) e tema politico (profonda indignazione per l’ingiustizia sociale), quasi prefigurando la triste vicenda della “sposa birmana” («burattino gelosamente conservato in una scatola», ma anche ideologicamente frustrata), paragonabile all’eroina di Ma Ma Lay. Lei, alla fine, arrestata dai militari di Ne Win, muore dopo soli quattro anni di carcere.
Destino di redenzione, invece, per Pascal Khoo Thwe (1967), tutto in salita, naturalmente, specie agli inizi. Khoo Thwe nasce in una tribù di collina (il Padaung, a sud est della Birmania, che si chiamava Burma), così emarginata e remota che la ricorda come una terra di mille anni fa, imbevuta di magia, miti, leggende, tradizioni animistiche e onnipresenti spiriti, ancorché raggiunta da missionari italiani e inglesi. Fuggito nella giungla al confine con la Thailandia nel 1988 dopo una delle sanguinose repressioni del regime del generale Ne Win, il ragazzo finisce tra i ribelli e vive la guerriglia come uno di loro, vedendo spesso i suoi amici morire e rischiando la vita lui stesso. Era già stato studente in città, ma è solo al momento di continuare gli studi all’università di Mandalay che la sua vita cambia.
Lavorando in un ristorante si era intrattenuto un giorno con alcuni turisti inglesi, cui aveva confidato di ammirare James Joyce, letto fortunosamente in un libro in comune con colleghi, in particolare Gente di Dublino, e ancor più particolarmente la novella Evelyn. Da qui la confidenza era rimbalzata agli orecchi di un amico di quei turisti, un professore di Cambridge di nome John Casey, che si era preso premura di rintracciare il ragazzo e di offrirgli il suo aiuto intellettuale oltre che politico, favorendone la fuga in Inghilterra e l’entrata nella prestigiosa università inglese. Questo lo si sa dal libro che ha fatto conoscere Khoo Thwe al mondo intero, quel Dalla terra dei fantasmi verdi, apparso nel 2002 (in Francia nel 2009, in Italia nel 2012) con la sorprendente traduzione di Il ragazzo che parlava con il vento.
Cosa avesse colpito il giovane Pascal del racconto di Joyce e della sua poco affabile scrittura, non si sa: forse la conquista della vita, della propria vita: in una parola andarsene. Lo avremmo visto più affascinato dal Kipling di Il libro della giungla, dal momento che nella giungla era nato e che l’ambiente era quello delle antiche civiltà asiatiche. In più, il professor Casey era lì proprio per una ricerca su un particolare dell’opera di Kipling. In realtà, Dalla terra dei fantasmi verdi narra del brutale regime della dittatura, sostenuta da Russia e Cina per ragioni geo-strategiche. Dopo ventiquattro anni di esilio, Khoo Thwe torna in patria, al suo paese d’origine, vede la libertà, apprezza i progressi, anche se non è del tutto contento. A un intervistatore del «The Irrawaddy» del febbraio 2013 risponde: «Mi sono reso conto che la mia gente ha avuto una resistenza stoica reale. Ora sono rinati, sia fisicamente che emotivamente. Ciò li rende unici. Hanno guadagnato il mio rispetto e devo fare qualcosa per loro».

di Claudio Toscani

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