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Quel borgo fantasma così vivo

· «L’ultima sposa di Palmira» di Giuseppe Lupo ·

Girata la pagina del suo esordio narrativo, L’americano di Celenne , in cui il protagonista lascia la natia Lucania per una festosa New York anni Venti, ma da cui rimpatria dopo la grande crisi, Giuseppe Lupo, giovane docente di Lettere alla Cattolica, non lascerà più il suo Sud tragico e magico. Non in Ballo ad Agropinto , pensato in una comunità dell’appennino meridionale, in cui tra sogno e utopia, illusioni e disincanto, la memoria contadina cede alla società di massa. Non in La carovana Zanardelli , visitata in compagnia dello statista che, viaggiando in Basilicata per gratificare della sua presenza una sfortunata fetta di Mezzogiorno nazionale, ne resta fascinosamente fagocitato. Tanto meno in questo recente L’ultima sposa di Palmira (Venezia, Marsilio, 2011, pagine 174, euro 18), ancorché accampato in un non-luogo, ignoto alle carte geografiche infatti, tra «storia, antistoria e controstoria», nell’immediato dopo terremoto d’Irpinia del 1980, evento che laggiù ha definitivamente deciso lo spartiacque tra civiltà rurale e quella attuale.

Giganteggia nel libro la figura di mastro Vito Gerusalemme, una sorta di re magio del posto, autoritario artista del legno che fabbrica il mobilio per Rosa Consilio, il cui matrimonio è stato sospeso dal disastro. Più che altro egli lavora a un monumentale intarsio sulle ante di un armadio, dove suscita una brulicante genealogia di figure, leggende, eventi, simboli locali, mentre un’antropologa, la milanese Viviana Pettalunga segue l’immane lavoro non senza condividere ideazioni e idee dell’appassionato artigiano.

Se oltre a quello della ragazza, donna indipendente in missione scientifica a rilevare le condizioni di disagio di una comunità colpita nelle cose e negli affetti, o a quelli del maresciallo, del sindaco, del prete, volessimo elencare nomi, cognomi o soprannomi della galassia umana che gravita attorno all’asse narrativo del libro, non basterebbe lo spazio della nota. Singoli e famiglie, casati e parentadi, sono una foresta umana di sagome (spesso emergenti dallo scalpello di mastro Vito), galleria di storie connesse l’una all’altra, volta a volta animate per episodi curiosi, lungo una plurima treccia di volti e voci, fatti reali e fantasie, epifanie e sparizioni, misteri e profezie.

Da Patriarca Maggiore, che aveva fondato il villaggio, a Demetrio Morgante, figlio di un fabbro di Salonicco; da Nazareno Fruscello, creatore di statuine di creta, sparito un giorno senza più ritorno, a Gerolamo Aragno, calzolaio; da Martino Lindau, bottaio, a Flora Mossa, morta in chiesa coricata sul presepe: tutta una corale galleria di gente, suscitata dall’onomastico tripudio inventivo dell’autore, si muove trascinata dall’onda di un destino, singolo nelle cause, ma sociale negli effetti: quello d’una società immersa in un humus culturale senza tempo né memoria, tra civiltà arcaica e incalzante minaccia del moderno.

Avevano la magia come visione del mondo, segnata da un incedere mitico-rituale di celebrazioni, feste e penitenze, morti e resurrezioni. Ora hanno solo ferite, di sangue e d’anima, sia pure nella nobiltà della miseria e nella dignità del pianto. Ancora una volta depredati, oltre che dall’incuria dei poteri e dall’ufficialità istituzionali, ora anche dalla violenza della natura; sospesi, senza possibili orizzonti di ripresa, tra eterno ritorno delle disgrazie e recente catastrofe terminale, a Palmira, borgo fantasma ma simbolo d’una viva e vivace realtà, anche la comunità dei viventi svanisce come un affresco che scolora.

La fantasmagorica realtà di un Sud in eterna elaborazione di un lutto (tra effettuale, culturale, storico e linguistico), tanto immeritato quanto reiterato, prende mitologicamente corpo in questo romanzo di Giuseppe Lupo, il cui gene è proprio quello di oggettiva visione di un presente i cui incunaboli d’identità e di indigena appartenenza devono per forza risolversi nella tramatura di un romanzo ironico-tragico come questo dell’«ultima sposa».

Palmira, proprio perché proditoriamente ricostruita altrove con il suo leggibile nome nelle mappe, rimarrà fantasmaticamente figlia della sua fabula ancestrale, con le sue facce dialettali, il suo paesaggio luminoso e numinoso, un luogo fra i luoghi del diverso e dell’immaginario, tra animismo georgico, scaramanzie e divinazioni. In una francescana povertà di spirito, in bilico con Dioniso, magari, ma non con Dio.

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