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Quel biglietto
per Hanoi

· Ricordo di Ettore Bernabei ·

Ettore Bernabei è stato un cristiano innamorato della provvidenza. In lui, uomo di progetto e d’azione, di pensieri lunghi e di concretezza estrema, questo è il tratto che durante la sua vita sempre mi ha sorpreso, stupito e contagiato di più. Credeva ciecamente nella provvidenza e ne vedeva l’opera ovunque. Nella storia dell’umanità, nella politica, nella sua vita e in quella dei suoi cari. Giorgio La Pira, il suo amico-maestro, gli aveva insegnato ad affidarsi «completamente» alla volontà di Dio. E lui lo ha sempre fatto, ricevendo in cambio una serenità di fondo che a sua volta trasmetteva a tutti.

Giorgio La Pira

Un esempio piccolo ma concreto ci dice cos’era, anche nella vita quotidiana, la provvidenza per il suo amico-maestro La Pira. Me lo ha raccontato lui stesso. Era l’epoca in cui La Pira con Ho Chi Minh aveva avviato colloqui segreti per trovare una via per la pace in Vietnam (colloqui poi falliti per una fuga di notizie in America).

Bernabei lo incontra per caso all’aeroporto di Roma in partenza per Hanoi, lo saluta e lo accompagna all’imbarco e scopre che La Pira non ha il biglietto per il volo. Di fronte al suo stupore La Pira, serafico, gli dice: «Caro Ettore, oggi la provvidenza sei tu che, incontrato per caso, mi pagherai il biglietto. Se no, vuol dire che ad Hanoi non dovevo andare». Questa era la fiducia folle e concreta di La Pira nella provvidenza.

Anche Bernabei è stato sempre così. La sua vita è stata piena di successi e di enormi difficoltà, ma l’ho visto sempre sereno e pieno di fiducia in quello che doveva capitare e anche a novantacinque anni la notte ha sempre dormito tranquillo.

Impegnato sino alla fine nel coltivare giovani talenti per la tv, diceva: «Bisogna imparare ad avere fiducia, studiare ed essere ottimisti. Realisti, ottimisti e sognatori». Nelle vacanze consigliava a tutti di pregare molto e parlare poco, era la sua formula per ricaricare le pile.

Sentiva fortissima la responsabilità di chi maneggia informazione e intrattenimento in televisione, «perché — diceva — la televisione è più potente della bomba atomica, ma ha un effetto distruttivo o positivo ritardato nel tempo. Se usata senza responsabilità e rispetto per il telespettatore, rischia di allevare generazioni di persone sempre meno capaci di esercitare la libertà di critica. Perché la tv trasmette sempre valori, che ci piaccia o no. Quindi è pedagogica e offre modelli di comportamento sottili e insidiosi oppure positivi e virtuosi. Ma mai neutri, come vogliono farci credere».

Nella sua visione, le tre agenzie principali di senso — la famiglia, la scuola, la televisione — devono integrarsi per aiutare l’uomo a crescere più libero. Questa convinzione l’ha guidato sia quando dirigeva la Rai sia quando, a settant’anni, è diventato produttore televisivo con la Lux.

L’ansia di usare tutti i talenti che il Padre eterno gli ha dato — per migliorare la sua vita, quella della sua famiglia e del suo Paese — è stata una costante nella ricerca del meglio, del di più. Questa tensione continua ha fatto di lui un grande educatore, prima di tutto con il suo esempio.

Con gli anni poi il suo carattere è migliorato, si è addolcito, “il capo” ha lasciato il campo al padre. Un padre capace di chiedere scusa se sbagliava e di dire grazie se necessario.

Sempre disponibile a incontrare chi lo cercava, era capace di far sentire unico ogni interlocutore. Insomma un maestro il cui insegnamento dura e durerà oltre la sua vita. Uno di cui vorresti sempre sapere come si comporterebbe in un determinato momento, se approverebbe una scelta, cosa penserebbe di una situazione nuova, insomma un punto di riferimento definitivo.

Il suo impegno con la Lux è stato totale, e riuscire vent’anni fa a realizzare i venti film sulla Bibbia, scritti e prodotti con ebrei e musulmani, è stata la punta alta della sua capacità di visione strategica. E l’eredità ultima che lascia come grande produttore di televisione sta per andare in onda tra poco in tutto il mondo per raccontare l’epopea dei Medici, i grandi finanzieri fiorentini che hanno fuso nella loro azione finanza, arte e spiritualità: questo è il progetto sul quale, a novantacinque anni, lavorava insieme ai figli Matilde e Luca per rendere onore ai grandi italiani come Dante, Leonardo, Michelangelo.

di Giovanni Minoli

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09 dicembre 2018

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